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sabato 3 marzo 2012

I Laic, un anno di Cronache Laiche


Dopo il blog e dopo la testata online, ecco il volume cartaceo versione 2011 di Cronache Laiche. L’indice è davvero completo e informatissimo, ben più ghiotto delle «sole» 400 pagine del testo. Si va dalla religione a scuola all’adozione dei minori, e da Gesù a Einstein, in un avvicendarsi di capitoli brevi ma non affrettati, dei veri e propri piccoli cameo della laicità.

Gli autori sono quelli già noti ai frequentatori dei fatti e dei misfatti in tema di laicità: da Alessandro Baoli, fautore della necessità della laicità per tutti compresi i credenti, a Cecilia Calamani, matematica e giornalista che difende il ruolo salvifico dell’informazione; da Alessandro Chiometti, studente razionalista, alla nemica delle censure Belinda Malaspina.

Il risultato è un affresco molto vario e quindi molto utile sullo stato dell’arte della laicità in Italia; laicità che è – come scrive la Calamani – «l’antitesi del dogmatismo»; e difatti molti dei temi toccati dal libro sono figli proprio del dogmatismo più oscurantista e tenace che si possa concepire. Un esempio su tutti: il darwinismo, ignominiosamente affrontato da quell’infondata idea dell’«intelligent designer» ed eroicamente difeso da Boaga il quale, correttamente, ne traccia la genesi storica in Italia dagli albori torinesi alla diffusione in città come Firenze e Napoli.

C’è lo spazio per ospitare temi di diretto impatto ecclesiale; noto e caro può essere al laico il tema della Sindone, che il chimico del Cicap, Luigi Garlaschelli (artefice già della replica del sangue di san Gennaro), stavolta in eretica combutta con gli atei dell’Uaar, ha fatto derubricare da «sacra» a «replicabile». Altrettanto noto, ma stavolta abietto, è il tema della pedofilia dei preti: il volume ne sparge qua e là alcuni semi quasi con discrezione, e comunque senza l’accanimento anticlericale che in verità il problema meriterebbe. Pregevole, per esempio, il trattatello – sapientemente suddiviso – di Federico Tulli, che riesce ad asciugare la ovvia indignazione rimanendo sui fatti e sulle circostanze. E poi, in rapida ma esaustiva sequenza: le magagne di alcuni papi, le stimmate, l’aborto, i crocifissi negli spazi pubblici, i luoghi «sacri» come Lourdes.

C’è pure lo spazio dedicato alla scomparsa di Christopher Hitchens; se ne occupa Daniele Raimondi, che ci regala un ritratto composto e suggestivo del grande ateo britannico scomparso a dicembre. Dovrebbero essercene molti di atei come lui, di atei che non avevano timore di morire, ma neppure di dichiarare la propria ostilità verso la religione. Com’è afona invece la nostra voce dissenziente e imbelli le nostre timorate intenzioni di riscatto; da italiani succubi, sappiamo solo lamentarci in tono sommesso, mentre «il Cupolone» allunga la propria spettrale ombra sulle teste e dentro le teste di sempre più cittadini. Fatto è che la laicità italiana è diventata un oggetto deformabile, con cui gioca perfino il clero, e che comunque si presta a variegate e non sempre coerenti interpretazioni.

L’autorevole prefattore del libro, Carlo Flamigni, parla esplicitamente di laicità dalla vita non facile, di un termine spesso mal interpretato e accostato impunemente all’anticlericalismo. E perfino, si potrebbe aggiungere, scardinato dal suo verace significato quando lo si vuole offrire nella forma di «laicismo», vale a dire con un sapore di ideologia e di pregiudiziale peggiorativa che «laicità» non ha e non desidera avere. Per altro, ci si può chiedere se davvero sarebbe così sconveniente o/e scorretto condire di anticlericalismo la laicità; in fin dei conti si tratterebbe solo di semplice reciprocità: se il clero è (orgogliosamente e ufficialmente) avverso alla laicità, i laici potranno essere anticlericali? Insomma, la laicità non come attacco ottocentesco al credente, bensì come «difesa» dalle bordate del Vaticano e della politica filo vaticana.

Checché se ne voglia dire, l’Italia, malgrado la Costituzione (sia quando afferma che «Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani»: art. 7 primo comma; sia quando scende nei particolari impedendo che la Scuola privata sia sovvenzionata dallo Stato:«Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione senza oneri per lo stato»: art. 33), di fatto non è un paese compiutamente laico. Prova ne sono i grandi temi ma pure i piccoli segnali di presenza/invadenza e di autopromozione: lo scampanare delle chiese, i monili e i simboli cristiani negli spazi pubblici aperti (piazza, strade) e chiusi (scuole, municipi, aule di giustizia), l’universalizzazione delle festività cristiane, l’anomalìa dell’insegnamento della religione cattolica in scuola, la presenza martellante del clero in televisione in veste di opinionista, tuttologo e depositario della saggezza pubblica. Segnali innocui? Nient’affatto; con tale subdola e acritica autoreferenzialità la Chiesa di Roma si garantisce una pressione politica senza uguali, che inevitabilmente si tramuta in consenso, in privilegi e in vantaggio economico (8 per 1000 più varie malcelate sovvenzioni pubbliche). Non solo. Con la diffusione capillare nel tessuto politico e culturale dello Stato, il Vaticano acquisisce – ancora una volta impunemente – l’autorevolezza utile a «imporre» la propria concezione su temi sensibili, delicati e soprattutto laici, come il fine vita, la contraccezione, il divorzio, la convivenza. Sull’altra sponda del Tevere, esso trova l’intero arco parlamentare prono e pronto a raccogliere e valorizzare ogni suo orientamento trasformandolo in legge dello Stato a cui poi ciascun cittadino, compresi i diversamente credenti e gli atei, dovranno sottostare.

Con questo luciferino meccanismo, oggi in Italia è reato decidere di «staccare la spina» ed è non prevista una forma di famiglia diversa dal canone cattolico. Tutto ciò, direttamente o indirettamente, non fa altro che ingenerare discriminazioni, dividere la società, condannare interi strati di popolazione (come quello degli omosessuali) a una esistenza marginale e senza tutele. Quindi, la laicità non è per niente solo un contenzioso filosofico fra credenti e non credenti, fra clero e società civile. Tutt’altro: la laicità si tramuta in problemi concreti e spesso pesanti, difficili da sciogliere proprio per la presenza asfissiante di una mentalità anti-laica che impone un ignobile «ubi maior minor cessat» senza, per’altro, averne i numeri: vedi le chiese vuote, i matrimoni religiosi in costante calo, la frequentazione dell’Irc a scuola sempre più diradata, e i comportamenti delle persone sempre meno vincolati ai dogmi (soprattutto sessuali) della Chiesa.

“I Laic” dedica a questa deriva clericale della politica e delle istituzioni un intero capitolo: «Dei diritti e delle pene», con illuminanti interventi della Calamani (l’ora di religione, l’immagine della donna, l’aborto, i diritti umani), di Virginia Romano (il fine vita), ancora Romano con Boaga e Baoli (l’omosessualità e l’omofobia), Daniele Raimondi (lo «psico reato»), Federico Tulli (la Ru486), Paolo Izzo (l’obiezione di coscienza).
Per dirla con le parole di Gianni Ferrara – professore emerito di Diritto costituzionale presso l’Università La Sapienza di Roma – il problema della relazione laicità-confessionalità dello Stato è di fondo: la laicità dello Stato è questione esclusiva dello Stato. Ricercarla nel rapporto con una confessione religiosa è illusorio e deviante; perché mai una confessione religiosa che, come tale, ha come fondamenti i suoi assoluti, dovrebbe svuotarli?

Affronta il problema anche Ferruccio Pinotti, giornalista del Corsera ma soprattutto autore di fatiche editoriali molto laiche l’ultima delle quali, “Wojtyla segreto”, affonda il coltello della critica nella storia affrettatamente santificata dell’ex papa e delle sue discutibili frequentazioni. Bene, Pinotti, intervistato da Alessandro Chiometti, ci svela forse un po’ più di un po’ il brodo di coltura della non laicità italiana, che è la connessione di CL col partito di Berlusconi ma pure col «comunista» Bersani: solo questo dato dovrebbe farci riflettere.

“I Laic” si chiude in maniera, direi, inaspettata: con un’appendice di Fabio Buffa, che si è occupato della relazione fra Chiesa e pedofilia ma non solo, alle prese con una sorta di piccole, ferali e gustose riflessioni. Una per tutte: «Approvata la legge sul biotestamento: Se vuoi morire devi pagare il ticket». C’è qualcosa di più laico della vita?
I Laic – Un anno di Cronache Laiche
a cura di Cecilia M. Calamani
prefazione di Carlo Flamigni
Tempesta editore 2012, pag 400, € 19,00

Acquistalo qui a prezzo scontato.

(già pubblicato qui)

giovedì 4 agosto 2011

Roma è morta - 5



Dal blog Roma fa schifo:

La conferenza stampa anti-affissioni. Ecco il resoconto

Lo avreste mai detto? Lo avreste mai detto, quando abbiamo occupato, solo noi in tutta la città, ad occuparci dell'argomento, che saremmo arrivati a questo punto? Che lo scempio del Teatro di Ostia Antica sarebbe arrivato sui giornali ed alle conferenze stampa? Che qualcuno si sarebbe occupato degli adesivari traslocatori? Uei, ma allora non siamo completamente pazzi noialtri... Lo avreste mai detto che il Comune si sarebbe dotato di "stacchini" i Pics da 10mila stacchi al mese? Lo avreste mai detto che le nostre intuizioni (chiudere le utenze telefoniche agli abusivi) sarebbero diventate proposte ufficiali? Insomma, non siamo propriamente qui a smacchiare i giaguari e a friggere con l'acqua si direbbe. Leggete il dispaccio (preso da Repubblica.it) dalla conferenza stampa di oggi. Al quale aggiungiamo una postilla: okkay la regia unica dietro agli adesivari, ma le locandine? Quelle che vengono abusivamente affisse ai semafori? Non si è indagato? Non si è notato che i concerti vengono pubblicizzati anche su cartelloni "autorizzati" da Bordoni. E se le ditte che gestiscono questi cartelloni governassero anche tutta la orripilante "comunicazione integrata" dell'evento garantendo tot impianti e tot locandine affisse assicurando stampa e affissione abusiva su pali, segnaletica e semafori? Ma credete davvero che quella affissione militare e capillare di locandine lungo chilometri e chilometri di consolari sia affidata a banali bangladesh pagati 40€ l'ora? Forse sì, ma il coordinamento di chi è? La stampa di chi è? La logistica? Gli adesivi? La grafica...?



Comune: "Denuncia penale
per le affissioni abusive
"La giunta ha deciso di varare una linea dura per tutti i responsabili degli abusi: titolari degli esercizi commerciali, attacchini e committenti. Il reato di danneggiamento aggravato prevede pene tra i 6 ed i 3 anni
Il sospetto è preciso: potrebbe esserci una regia unica dietro al business delle affissioni abusive di piccole dimensioni che pubblicizzano spettacoli ed eventi in tutta la città. Una committenza che tappezza la capitale anche di adesivi pubblicitari di ditte che effettuano soprattutto traslochi e sgomberi. Ad ipotizzarlo sono l'assessore all'Ambiente Marco Visconti ed il direttore del dipartimento Tommaso Profeta. L'ipotesi è suffragata dal lavoro svolto negli ultimi mesi assieme al nucleo Pronto Intervento Centro Storico della Polizia Municipale.

Oltre alle multe già previste dal regolamento comunale, 412 euro per ogni manifesto abusivo e 50 per chi viene sorpreso ad affiggerlo, ora la giunta ha deciso di varare una linea dura: verrà sporta una denuncia penale per tutti i responsabili degli abusi: titolari degli esercizi commerciali, attacchini e committenti. Il reato che verrà contestato è quello di danneggiamento aggravato, disciplinato dall'articolo 635 del codice penale, che prevede pene tra i 6 ed i 3 anni. Al momento è stata depositata presso la Procura una denuncia contro 108 soggetti, riconducibili agli esercizi commerciali citati sugli adesivi abusivi. Contestalmente il Campidoglio ha chiesto alle compagnie telefoniche titolari dei numeri reclamizzati di disattivare quelle utenze.

Sono sufficienti 40 euro a notte per pagare un gruppo di persone che, nell'arco di una notte, provvede ad incollare adesivi e affiggere i piccoli manifesti che pubblicizzano spettacoli ed eventi. Secondo una stima


dei vigili, ogni giorno vengono affissi fino ad 8 mila manifesti pubblicitari abusivi. Negli ultimi 6 mesi l'attività della Municipale di concerto con l'Ama e l'assessorato all'Ambiente ha permesso di rimuovere 60mila tra locandine, manifesti e adesivi, circa 10mila al mese, oltre a 169 impianti pubblicitari, mentre sono state elevate 5 mila contravvenzioni dal nucleo Pics.

"Negli ultimi mesi abbiamo stabilito che il rispetto delle regole deve essere ferreo, vogliamo rendere Roma una città più decorosa, cominciamo con questa lotta quotidiana fermando all'origine chi affigge questa pubblicità abusiva" spiega l'assessore Marco Visconti. Oggi è stato mostrato il risultato di uno degli ultimi sequestri di materiale abusivo: migliaia di locandine che pubblicizzano concerti di importanti artisti nazionali ed internazionali, che si sono svolti soprattutto al Teatro Romano di Ostia Antica e allo stadio del Baseball di Nettuno. Gli artisti naturalmente non hanno alcuna responsabilità per le affissioni illegali, tutto dipende da chi ottiene il subappalto della promozione degli eventi".

Quanto alle affissioni abusive di iniziative politiche Visconti commenta: "se i partiti politici si mettono d'accordo nelle finanziarie per fare una sanatoria questo noi non possiamo prevederlo, facciamo un altro lavoro. Sicuramente la politica dovrebbe essere più rispettosa della città, non ci dà una mano attaccando manifesti abusivi".

Profeta sottolinea invece che "è stata fatta una denuncia alla Procura nei confronti di chi attacca gli adesivi, che causano un danno maggiore". E ribadisce: "Pensiamo ci sia un'unica regia che manovra chi attacca gli adesivi e i manifesti e chi poi materialmente fa i traslochi negli appartamenti".


(03 agosto 2011)

lunedì 11 aprile 2011

Ho visto la Terra! E’ così bella!


di Davide De Martin, da Coelum.com


Il 12 aprile 2011 saranno passati 50 anni da quella mattina del 1961 in cui la Tass diede l’annuncio del volo di Gagarin. Quello che segue è l’articolo pubblicato 10 anni fa, su su Coelum n. 40, in occasione del 40° anniversario dell’impresa. Il sito ufficiale della Yuri’s Night: http://yurisnight.net/


Mattina del 12 aprile 1961, ore 7:05. Adesso che è arrivato sulla cima riesce a vedere la pianura che si stende tutt’intorno. Sotto, l’enorme spiazzo di cemento sgombro e sopra il cielo terso e azzurro, reso abbagliante dal Sole del mattino. Alza la testa, per vedere se c’è un “lassù”, un punto, un luogo di cui possa dire è proprio lì che sto andando. Ma lassù c’è solo un oceano indistinto. Una porta di luce, gli viene da pensare. Riuscirò ad attraversarla? E dopo? C’è poco tempo, un tecnico controlla ancora il suo equipaggiamento, e decide per lui che è venuto il momento di entrare, di adagiarsi sul sedile. Altri uomini, che pure conosce e che ora gli sembrano stranamente distanti, come se appartenessero ormai ad una vita non sua, controllano cinture, strumentazione, contatti e frequenze radio, prese d’ossigeno, comandi. Infine si ritirano con un gesto di saluto, e il portellone si chiude lasciandolo solo. Mancano ancora molti minuti alla partenza. Forse gli ultimi della sua vita, chi potrebbe dirlo? Comunque pochi per pensare a qualcosa di diverso dall’ossessiva ripetizione di quanto deve fare, e soprattutto sentire. Perchè il razzo sotto di lui è una cosa talmente viva che non c’è soffio o tremito che non possa essere interpretato come un segno “buono” o “cattivo”. Resta in ascolto, e torna ancora… quella sgradevole impressione di non essere altro, in fondo, che un sensore, un testimone; non più efficiente o consapevole di quanto furono Zhuchka o gli sfortunati Bars e Lisichka (Zhuchka è il nome russo di Laika; Bars e Lisichka sono due cani che perirono il 28 luglio 1960 nell’esplosione di uno stadio della loro Vostok subito dopo il lift-off).


Gli torna alla mente il “barattolo di conserva”: un locale da dove l’aria veniva aspirata gradatamente per simulare l’ambiente delle grandi altezze. E il giorno in cui ad uno di loro, quando le condizioni simulate erano quelle dei 21 mila metri di quota, era stato ordinato di togliere un guanto: la mano prese a gonfiarsi per il gas che premeva sotto la pelle. E la “camera del silenzio”, una cella completamente isolata dall’esterno, costruita in modo che anche qualsiasi rumore generato al suo interno venisse “assorbito” dalle pareti; dentro era impossibile persino sentire il proprio respiro, che veniva inghiottito dal nulla. Lì era stato rinchiuso per 24 ore, senza luce, senza radio, senza conoscere il tempo trascorso da quando la porta si era chiusa e senza sapere quanto ne sarebbe mancato prima di vederla riaprire. L’oppressione di quel silenzio avrebbe spezzato i nervi a chiunque. E poi l’esperienza opposta, la “camera dei rumori”, dove si era bombardati da ogni sorta di suono, fino a quello continuo e insopportabile prodotto da un motore a reazione, capace di portare chiunque alle soglie della follia. Infine la centrifuga, dove in pochi secondi ti trovi a 13 g, e mentre pesi quanto un’automobile il tuo sedile viene ruotato, capovolto, fatto sussultare; e tu devi continuare a manovrare leve, premere pulsanti, leggere strumenti e a comunicare con gli assistenti…


La voce di Korolev via radio cancella i ricordi, ormai manca poco. Gli ordinano di sistemare la frequenza, di controllare la pressione all’interno della tuta e dell’abitacolo, di verificare vari parametri relativi ai motori ed ai serbatoi di propellente. Tutto è secondo la norma. Parte il conteggio alla rovescia, e a lui non resta che fissare le poche spie luminose del pannello comando, sperando che la più grande, di un intenso colore rosso non si illumini – segno che qualcosa non sta andando come dovrebbe. Se si mettesse a brillare non gli resterebbe che tirare la “leva dei paurosi”, per essere scaraventato lontano prima di scendere appeso ad un paracadute. La spia rossa rimane muta ed il rumore dei motori si fa sempre più forte. Stringe i denti, e nel delirio del momento “vede” distintamente la rampa di lancio invasa dal fumo, e Valya nella tribuna che stringe i pugni e non vuole guardare. Zaria (Zaria è l’identificativo radio della base di Baikonur mentre Kedr è il nome in codice del cosmonauta): accensione! Kedr: ricevuto, accensione. Arrivederci a presto amici miei. Il rombo diviene assordante, il missile è scosso da un lungo tremito e un’accecante lingua di fuoco si accende alla base. Con una lentezza assurda, si solleva dal cemento, mentre l’incastellatura metallica che lo aveva imprigionato fino ad un istante prima si apre come un fiore.


L’orologio a bordo indica le 9:07, comincia la lunga litania delle comunicazioni. Zaria: Kedr, mi ricevi? 70 secondi dopo il lancio. Kedr: Ricevuto, mi sento bene. Zaria: la velocità va bene, come vi sentite? Kedr: bene, le vibrazioni e il rumore sono accettabili. Proseguo il volo. Zaria: sembra tutto in ordine. Kedr: il primo stadio si è spento,le vibrazioni diminuiscono, il secondo è in azione. Ho avvertito bene il distacco. 09:10 Zaria: il cono di testa si è staccato, tutto bene? Kedr: il cono si è aperto, riesco a vedere la Terra, sì la distinguo bene. Il rumore è aumentato un po’. Mi sento alla perfezione, il morale è alto. 09:11 Zaria: bravo, perfetto, va tutto bene! Kedr: vedo dei fiumi. Distinguo bene le pieghe del terreno,la visibilità è buona. Le vibrazioni aumentano, ma è sopportabile. Distinguo delle zone innevate, una foresta, vedo anche delle nuvole. Piccoli cumuli e le loro ombre sul terreno. E’ bello, è davvero bello. 09:12 Kedr: il secondo stadio si è spento. Zaria: tutto come previsto. Ultimo stadio. Kedr: il volo prosegue senza problemi, il terzo stadio è in funzione. Riesco a vedere l’orizzonte della Terra.


La Vostok perde come previsto il contatto radio con Baikonur e viene rilevata da una stazione della Kamtchatka, da dove parla Alexej Leonov (Zaria 2). Ore 09:18:07, sulla verticale della città siberiana di Outchoumi la nave si separa dal terzo stadio. Gagarin si trova ora in stato d’imponderabilità: il primo volo orbitale umano della storia inizia in questo momento. Zaria 2: Kedr, mi ricevi Kedr: vi sento bene, e voi? Vedo l’orizzonte della Terra, il cielo è nero ma le stelle non sono visibili. 09:33 Kedr: entro ora nell’ombra della terra, non vedo più niente. 09:42 Kedr: mi sento bene qui nell’ombra. Sto ascoltando “Le barche del fiume Amur” (la nota canzone popolare russa viene trasmessa dalla stazione di Khabarovsk). Le trasmissioni con Zaria 2 s’interrompono, e proseguono con Vesna, sistema di trasmissione a lunga distanza. 09:53 Vesna: il volo è regolare, siete sull’orbita prevista. 09:57 Kedr: il morale è alto, adesso mi trovo sopra l’America Vesna: ricevuto. 10:04 Kedr: mi trovo ancora nell’ombra. L’umidità nella capsula è del 65%, la temperatura di 20°C. 10:06 Kedr: l’orizzonte è magnifico. Adesso vedo anche una stella! Attraversa l’oblò da sinistra a destra, e… come corre la piccola stella… Se ne va… se ne va… 10:09 Kedr: attenzione, attenzione! Sono uscito dall’ombra! Vedo apparire il Sole e sto sorvolando l’oceano. E’ entrato di nuovo in funzione il dispositivo per l’orientamento solare della nave. 10:24 Kedr: Vesna, qui Kedr. Il volo prosegue con successo, tutti i sistemi funzionano. Vesna: ricevuto! Alle 10:25 si accendono i razzi di frenata, e 10 minuti più tardi la Vostok s’immerge negli strati alti dell’atmosfera.


Nel Quartiere Generale del gruppo di recupero, a Kouibychev, il generale Andrei Trofimovitch verifica un’ultima volta i dati di rientro per determinare il punto esatto del rientro a terra. La regione è stata divisa in settori, ciascuno sorvegliato da squadre di specialisti muniti di radiogoniometro. Vengono allertati reparti di elicotteri, aerei e mezzi terrestri di ogni tipo, pronti a muovere su ogni tipo di terreno. Un gruppo, condotto dal generale Agaltsov con i cosmonauti Kamanine e Titov lascia l’aerodromo di Baikonur diretto a Kouibychev, quando viene raggiunto dalla notizia: La nave spaziale si è posata alle ore 10:55 presso il villaggio di Smelovka, a 23 km da Saratov. A bordo dell’Antonov esplode l’entusiasmo. Gagarin ha infatti da poco preso terra davanti gli occhi spaventati di una contadina accompagnata dalla figlioletta: - Giovanotto, non verrete mica dallo spazio? - Certo che sì! é la risposta di Gagarin. Ma già arrivano camion di soldati, che lo aiutano a liberarsi dalla tuta e prendono in consegna la capsula. Qualche minuto dopo atterra anche un elicottero. Ne discende il commissario sportivo Ivan Borissenko, che conformemente alle regole della Federazione Aeronautica Internazionale registra i seguenti record:


- Primo volo umano nello spazio; - Altitudine (327 km); - Tempo di volo orbitale (108 minuti); - Peso della capsula spaziale (4725 kg). Solo dopo parecchi anni l’Unione Sovietica ammetterà che una delle regole, quella che subordina l’omologazione al rientro del pilota all’interno della navicella era stata violata. Per maggior sicurezza, Gagarin aveva infatti abbandonato la capsula a un’altezza di 7000 metri, scendendo separatamente con il suo paracadute.


Verso le 16:00 un aereo con a bordo Gagarin atterra a Kouibychev, dove il primo cosmonauta rilascia la prima intervista ad un giornalista della Pravda: - Com’era il cielo lassù? - Nero, compagno, molto nero. - E la Terra, come l’avete vista? - La Terra è di colore azzurro. Quando ho sorvolato l’America del Sud e l’Africa ho visto dei grandi laghi… Un paesaggio meraviglioso… Il giorno seguente parte per Mosca, dove da là a poco riceverà le più straordinarie accoglienze mai riservate fino ad allora ad un essere umano.



L’intervista Dal settimanale “L’Europeo” (1961). «Stavo facendo l’addestramento sui Mig quando sapemmo che era stato lanciato il primo Sputnik… ne ascoltavamo i segnali, e quella “voce” che veniva dallo spazio mi stordiva. Pensavo che un giorno anche gli uomini sarebbero arrivati all’altezza dove adesso c’era quella cosa pesante 75 chili. Pensavo anche che certamente ci sarebbero voluti dei giovani per quel volo. Io, forse, sarei diventato troppo vecchio. Ma l’arruolamento per le imprese spaziali cominciò presto; mi feci avanti. Prima di tutto dovevo dimostrare d’avere molta salute. C’era da passare una visita medica severissima. Non chiedetemi che cosa guardano più attentamente i medici in quelle visite, se il cuore, i polmoni, il sistema nervoso. Io so che mi hanno tenuto in osservazione per giorni e giorni. Mi dissero finalmente che la mia salute era perfetta; la preparazione sarebbe cominciata subito. » «La prima regola durante la preparazione stessa è quella di non perdere mai gli orari. Bisogna andare a letto ad una certa ora, né prima, né dopo; bisogna svegliarsi e mettersi in movimento dopo aver dormito bene ed a sufficienza. Alla mattina si fa molta ginnastica; durante l’inverno si scia, nella buona stagione si corre. Poi si fanno dei tuffi da grandi altezze, un poco come nell’allenamento dei paracadutisti: tutti i piloti spaziali debbono avere il brevetto di paracadutista. Questo, per la vita all’aperto. In laboratorio si abitua invece l’organismo a sopportare sia lunghi movimenti rotatori, sia l’azione delle forze centrifughe.


Poi, si studiano molte cose: biologia, astrofisica, radiotelegrafia. I limiti d’età sono molto rigorosi, non meno di vent’anni, non più di trenta. No, non ha importanza né in un senso, né nell’altro, essere sposati o scapoli. Chi è sposato ha una certa libertà, può tornare a casa abbastanza spesso: naturalmente sta alla coscienza di ciascuno rispettare anche fuori del campo d’addestramento una regola di vita seria. Prima io fumavo e bevevo qualche volta un bicchiere di vodka o di cognac. Ho smesso di colpo, appena arruolato.» « Non potevo sapere nemmeno io, fino all’ultimo momento, se avrei fatto il volo. Eravamo stati scelti in 15. Uno di noi sarebbe stato lanciato, gli altri sarebbero rimasti a terra. Tutto sarebbe dipeso dal nostro stato di salute. La sera dell’11 aprile, il comandante ci fece chiamare. “Domani è la giornata”, disse. “Uno di voi partirà. Ancora non posso dirvi chi. Vedremo domattina. Adesso dovete fare una sola cosa: andare a dormire e cercare di riposare, riposare molto e bene.” All’improvviso mi sentii calmo, calmissimo. Era come se la cosa non mi riguardasse, anche se avrei dato tutto, pur di essere io a fare il volo. Andai a letto assai presto. Sono sicuro d’aver dormito dieci ore. No, il sonno non mi si è rotto neppure per un istante; credo d’essermi svegliato nella stessa, precisa posizione nella quale mi ero assopito. Anzi, se non ci fossero stati dei rumori, forse avrei continuato a dormire.


Quando aprii gli occhi, vidi che i miei compagni erano in movimento già da un pezzo. Mi sentivo bene, molto bene. Ero fresco, allegro come se avessi dovuto andare a pescare e non fare quella cosa, quella corsa nel cosmodromo.» « Contava quello che avrebbero detto i medici. Fummo visitati uno per uno. I medici sapevano quanto era grave il giudizio che dovevano dare, erano molto preoccupati. Vidi entrare qualcuno dei miei compagni nel laboratori, poi toccò a me. Fu una visita assai più severa di tutte le altre che avevo passate negli ultimi tempi. “Basta”, disse il capo dei medici, ad un certo punto. “Puoi andare.” Le stesse parole erano state dette a quelli visitati prima di me, le stesse furono ripetute a quelli che vennero dopo. Alla fine vennero fatti 5 nomi; fra questi c’era anche il mio. Il comandante disse: “Il volo verrà compiuto da uno di voi cinque. Andate a prepararvi: equipaggiamento completo, come se doveste partire tutti”.» «Ci trovammo davanti alla Vostok dopo un quarto d’ora. Era una bella mattina, limpida, tirava soltanto un filo leggero di vento.


Il Vostok era a pochi passi. Ormai lo conoscevo a memoria, di fuori e di dentro, ma mi parve come nuovo. Attorno alla macchina c’erano uomini che andavano e venivano. Voi sapete quante cose si fanno per la partenza d’un aeroplano, immaginate quello che può accadere per il lancio di un’astronave. Continuavo ad essere calmo… vedemmo di nuovo i medici, e di nuovo ci visitarono. Dopo la visita ci separarono: tre di qua, io e un altro di là. Capii che il problema si riduceva a scegliere uno di noi due. “Mettetevi il casco”, disse il comandante. “Avanti, Yuri Alekseyevich, sali.”» « Avete visto com’è fatta la parte più bassa della macchina già pronta sulla rampa. Per salire c’è una scala di quindici gradini, di ghisa. La scala ha una doppia ringhiera: io, però, non mi appoggiai. In cima alla scala, lo specialista delle tute spaziali guardò il mio equipaggiamento, sistemò due cinghie che non erano abbastanza tirate, poi mi fece cenno che tutto andava bene. Mi voltai a salutare ed entrai nell’ascensore che porta alla cabina. L’ascensore si mosse, avanzò lentamente verso l’alto, sentivo il cigolare delle corde che lo tiravano. Qualche istante, ed ero davanti alla cabina, aperta. Entrai e subito sentii il comandante che diceva: “Scendi, Yuri Alekseyevich. Adesso voglio vedere il tuo compagno.”» « Era stata una prova, l’ultima. Il mio compagno salì come avevo fatto io, tornò indietro, poi salimmo e scendemmo altre volte, ed alla fine il comandante ci consegnò ancora ai medici. Il mio compagno ed io, dopo una nuova visita, aspettammo. Ci eravamo tolti il casco, ma né lui, né io parlavamo. Il comandante si avvicinò ai medici: discutevano, ma a bassa voce, non afferrai nemmeno il senso di quello che dicevano. Passarono così cinque o sei minuti, poi il comandante venne verso di noi. “Yuri Alekseyevich “, disse, “parti: sei stato scelto tu.” Se mai ero stato in ansia, in quel momento tutto finì. Era come se avessi saputo da sempre che sarei stato io il primo a volare nello spazio…»



E’ stato davvero il primo? Ufficialmente, Yuri Gagarin è stato il primo uomo a volare nello spazio. Ma è proprio così, oppure più modestamente è stato il primo uomo a tornare vivo dallo spazio? Non pretendiamo certamente di poter rispondere a questa domanda. Certo è che già prima del volo di Gagarin le voci del lancio di uomini nello spazio non mancavano. Ecco, per esempio, cosa scriveva in prima pagina il quotidiano “Il Mattino” di domenica 25 settembre 1960. Gli esperimenti spaziali Un astronauta russo sarebbe già in orbita Secondo altre voci il tentativo sarebbe fallito e due astronauti sarebbero morti Londra, 24 settembre 1960 «I russi devono essere in procinto di tentare qualche prodigiosa impresa spaziale. Ho già detto che non sarei sorpreso se i russi tentassero, prima della fine dell’anno, di porre un uomo nello spazio». Ciò è quanto ha dichiarato oggi il professor Bernard Lovell, direttore dell’osservatorio radio-astronomico di Jodrell Bank.


Il professor Lovell ha, tuttavia, aggiunto di non essere in possesso di alcuna informazione seria la quale permetta di credere che i russi hanno già lanciato un uomo nello spazio. Si può ragionevolmente ritenere, ha precisato il professor Lovell, che i russi siano sul punto di tentare di ottenere i tre prossimi trionfi nel campo delle ricerche spaziali: porre in orbita un capsula contente un uomo, un «allunaggio» in dolcezza, e l’inizio dell’esplorazione planetaria. L’annuncio di Radio Mosca secondo cui la Russia scriverà, giovedì prossimo, «una pagina nella storia del mondo» ha dato origine a Londra a supposizioni contrastanti. Mentre un portavoce della BBC ha dichiarato che il comunicato della radio sovietica non ha nulla a che fare con il lancio dell’uomo nello spazio, un giornale del pomeriggio, l’Evening Standard, scrive: «L’uomo è ora probabilmente il orbita.»


Il portavoce della BBC, spiegando la sua tesi ha detto: «Il 27 settembre del 1935 era stato scritto un libro dal titolo «Il mondo oggi» che si proponeva di dare un quadro di cosa stava succedendo in ogni parte della Terra in quel particolare giorno. Ora, il 27 settembre 1960, 25 anni più tardi, il quotidiano sovietico Iszvestia si appresta a fare la stessa cosa». Il corrispondente scientifico dello «Standard», dal canto suo, spiega che gli scienziati sono convinti che nelle prossime 72 ore potrebbe essere fatto un tentativo per riportare sulla Terra un astronauta sovietico. L’uomo sarebbe, quindi, già in orbita. Pubblicando le fotografie dei due astronauti sovietici, il giornale si domanda: «L’uomo nello spazio è Gennady, oppure è Alexei?». Sotto le fotografie si leggono le seguenti didascalie: «Se i russi hanno messo un uomo in orbita, questi potrebbe essere Gennady Mikhallov. Egli è uno dei sei russi sottoposti a continui esperimenti nel centro medico di ricerche spaziali nel lago di Aral». Nella seconda si legge: «Alexei Belcukonev fa parte anche lui della squadra dei sei piloti del centro di ricerche spaziali russo. Si conoscono anche i nomi di altri tre piloti; essi sono: Alexei Grachev, Ivan Kachur ed A.N. Icshak». Sempre secondo il giornale, poichè la Russia è senz’altro in grado di lanciare un uomo in orbita nello spazio e di farlo ritornare tra noi, questo sarebbe ora il momento più adatto per tentare un esperimento di maggior importanza ed ancor più strabiliante: il lancio di un uomo sulla Luna. Il prestigio di Kruscev, che attualmente è sulla scena dell’assemblea generale dell’ONU, se ne avvantaggerebbe.


E’ probabile, quindi, che il significato dell’annuncio di Radio Mosca sia quello di anticipare che giovedì verrà data al mondo la notizia che un satellite è giunto sulla Luna. E' noto, secondo quanto dicono gli scienziati, che per giungere sulla Luna occorrono fra le 60 e le 70 ore. E’, quindi, probabile che, dopo aver effettuato il lancio questa mattina con risultati soddisfacenti, Radio Mosca abbia dato una anticipazione di quella che sarà la grande rivelazione di giovedì. Questa mattina, invece, un consulente medico del centro di ricerche spaziali di Washington ha dichiarato che l’esperimento sovietico di mandare due uomini nello spazio è fallito e che nel tentativo i due astronauti hanno trovato la morte.


Yuri Alekseyevich Gagarin nacque il 9 marzo 1934 nei pressi di Gzhatsk, nella campagna a ovest di Mosca, e crebbe nella tenuta dove il padre lavorava come carpentiere. Yuri frequentò una scuola tecnica alla periferia di Mosca dove, nel 1951, si diplomò in metallurgia prima di iscriversi all’Università per continuare gli studi tecnici. Nel contempo iniziò ad interessarsi di aeronautica e si iscrisse alla locale scuola di volo. Molto presto fu chiaro che il giovane Yuri aveva un naturale talento per il volo e, dopo la laurea nel 1955, si unì alla Scuola di Aviazione Sovietica di Orenburg, dove si diplomò nel 1957.


L’abilità di Gagarin come pilota era di gran lunga superiore al normale, tanto che presto iniziò a lavorare come pilota collaudatore, volando su diversi nuovi aerei sperimentali. Dopo aver manifestato ai suoi superiori la volontà di diventare un cosmonauta, fu scelto per entrare nello speciale gruppo dei migliori piloti collaudatori dell’Unione Sovietica. Iniziò così un severissimo periodo di addestramento durante il quale ottenne i massimi risultati. I suoi istruttori lo descrivevano come un uomo sempre sicuro delle sue risorse, imperturbabile. Spiccava fra i suoi colleghi grazie alla sua operatività, la mente brillante e la sua prontezza. Il 12 aprile 1961, all’età di 27 anni, Gagarin lasciò la Terra partendo dal Cosmodromo di Baikonur. Erano le 9.07 ora di Mosca (le 7.07 del meridiano di Roma); dopo 108 minuti faceva ritorno sulla Terra. Il periodo orbitale del suo volo era di 89 minuti e 34 secondi, la massima altezza raggiunta 327 km e la massima velocità 28 260 chilometri orari. Il veicolo utilizzato da Yuri Gagarin era il Vostok 1, costituito da un piccolo modulo di discesa sferico avente un diametro di 2,3 metri. Il modulo era montato sulla cima di un modulo contenente il sistema propulsivo. Entrambi i moduli pesavano meno di 5 tonnellate al lancio. Il cosmonauta era assicurato ad un seggiolino eiettabile, per mezzo del quale uscì dal modulo di discesa poco dopo il rientro in atmosfera.


La Vostok 1 era montata sulla variante SL-3 del razzo SS-6 Sapwood, lungo 38,36 metri e pesante al momento del lancio 287 tonnellate. Si trattava di un veicolo a tre stadi, il primo dei quali utilizzava quattro motori RD-107 che fornivano ciascuno 102 000 kg di spinta. Durante il volo della Vostok 1, Gagarin non aveva il controllo del veicolo. Questo perché si temeva per le reazioni del fisico e della mente in condizioni di assenza di peso. I russi volevano evitare di correre il rischio che il cosmonauta perdesse il controllo di sé mentre si trovava nello spazio, mettendo in pericolo sé stesso e la missione. Esisteva comunque una chiave che avrebbe consentito al cosmonauta di prendere il controllo del mezzo in caso di emergenza o malfunzionamenti.


La Vostok portava a bordo cibo, acqua ed ossigeno sufficienti per circa dieci giorni; nel caso il retrorazzo non avesse funzionato, in virtù dell’orbita scelta, la nave sarebbe rientrata in maniera naturale in atmosfera durante questo periodo di tempo, e il pilota avrebbe fatto comunque rientro nel suo mondo natale. Gagarin però non incontrò alcun problema. La Vostok non era in grado di posarsi dolcemente al suolo e qualsiasi essere umano che avesse protratto la sua permanenza a bordo fino al momento del touch down sarebbe perito nell’impatto. Gagarin quindi dovette eiettarsi ad un altitudine di circa 7000 metri, dove la temperatura dell’aria è di circa –30°C. Sebbene il cosmonauta indossasse una tuta spaziale in grado di garantirgli comfort termico anche a quella temperatura, Yuri decise di godersi un po’ di caduta libera prima di aprire il suo paracadute e posarsi al suolo, sano e salvo. La notizia del volo nello spazio di Yuri Gagarin fece immediatamente il giro del mondo, e il nome di Gagarin divenne universalmente noto. Il giorno stesso della sua impresa, ricevette le congratulazione del leader sovietico Nikita Chrushev, che successivamente lo onorò del titolo ufficiale di Eroe dell’Unione Sovietica. Morì sette anni più tardi, il 7 marzo 1968, a 34 anni, in un incidente capitatogli durante un volo di routine, mentre collaudava un MIG-15.

martedì 11 gennaio 2011

Roma è morta - 2

Merda!



Ce n'é di tutti i tipi: sottili e attorcigliate su se stesse a chiocciola, grossi secchi e duri come serci, piccole olive nere sparpagliate, mucchietti gelatinosi semiliquidi che camminano, montagne che paiono di origine bovina; ce n'é di tutti i colori: neri come la pece, giallognoli, bruni, verdastri. Stanno tronfi in mezzo al marciapiede dominandolo, si mimetizzano nelle aiuole sulla terra, spiaccicate come pennellate, infide che si nascondono sotto le foglie secche.


Gli stronzi (in quale senso decidetelo voi) sono i veri padroni di Roma, sono l'elemento dominante del paesaggio, il tratto caratteristico, il vero souvenir che viene via con voi... persino quando non vorreste.

Faccio una modesta proposta: a quei zozzoni balordi che non raccolgono la merda del proprio cane dal marciapiede si sequestri il cane. Dopodiché, gli si faccia un bello shampoo con i suddetti escrementi.
Altro che bastone e carota, solo bastone!

venerdì 10 settembre 2010

Montagne senza pace - 2



MEGA ANTENNA SU MONTE GENNARO

COMUNICATO STAMPA

Mountain Wilderness Lazio si mobilita contro il tentativo di una famosa radio privata (Radio Subasio) di collocare in cima a Monte Gennaro, all’interno del Parco Naturale Regionale dei Monti Lucretili, un’antenna alta circa 100 metri.

Nei giorni scorsi la ditta appaltatrice dei lavori, per conto di questa radio, ha tentato per l’ennesima volta di forzare il passaggio contravvenendo ad un’ordinanza del Sindaco di Palombara Sabina che opponeva il divieto di transito su una inesistente carrozzabile che da Stazzano consentirebbe l’accesso a questa montagna, la prima e l’unica che si vede all’orizzonte di Roma.

Tutti ciò a seguito della delibera della giunta regionale Lazio del 2007 che ha approvato le nuove localizzazioni per gli impianti di emittenza televisiva, che dovrebbero in buona parte accogliere gli impianti attualmente siti a M. Mario e a M. Cavo.

Mountain Wilderness Lazio, in collaborazione con i gruppi locali che si oppongono a questa realizzazione, ha iniziato nei giorni scorsi un presidio permanente che si protrarrà per tutto il mese di settembre.

La realizzazione del progetto comprometterebbe in modo irreparabile il valore paesaggistico e naturalistico e la fruibilità dell’area, che è attualmente tutelata da norme stringenti del piano d’assetto, area ZPS, ed è compresa nella rete Natura 2000 delle aree naturali di interesse comunitario.

Diversi esposti/denuncia di questa Associazione di Comitati locali e delle Amministrazioni del luogo, depositati presso il Tribunale di Tivoli, non hanno ancora avuto seguito al fine di fermare questo affronto in un’area tutelata a Parco e di interesse comunitario.

Renato Giuseppe Napoli
Responsabile Gruppo regionale Lazio Mountain Wilderness Italia



Chi demolisce Punta Rocca?

Esposto di Mountain Wilderness Italia alla Magistratura

Durante un'ispezione in Marmolada effettuata da attivisti di Mountain Wilderness Italia il 26 agosto 2010, in assenza di controlli degli organi preposti, si è dovuto accertare che accanto all’arrivo del terzo tronco della funivia su Punta Rocca, in prossimità delle scalette di discesa dal cassone metallico, si è proceduto a lavori di scavo della roccia della montagna; si tratta di area SIC, oltre che uno dei nove sistemi inseriti in Dolomiti patrimonio naturale dell’umanità UNESCO.

Da notizie raccolte, e confermate dai Servizi Forestali della Provincia Autonoma di Trento che però sull’area non hanno competenza amministrativa, si sa che nel mese di maggio ignoti hanno usato esplosivo per far saltare spezzoni di roccia, ovviamente in giornata di brutto tempo. Il materiale di risulta è stato gettato dalla parete Sud, verso il Rifugio Falier; durante l’estate ancora si è scavato, fin nei giorni scorsi -sempre dopo le 17.00- usando demolitori meccanici, per costruire una nuova piazzola di arrivo della scalinata di discesa e per costruire un possibile terrazzo panoramico. I lavori sono stati eseguiti pur essendo a conoscenza che appena sotto il ghiaccio vi è alta probabilità della presenza di residui di almeno quattro bombe risalenti alla Prima Guerra mondiale, probabilmente inesplose. La scaletta è già stata rimossa e spostata in nuova sede.

Chi ha autorizzato i lavori che sono stati eseguiti, sulla base di quale documentazione depositata in Comune a Rocca Pietore o presso i competenti uffici regionali? Esiste una VIA, una Valutazione d’incidenza, una regolare autorizzazione edilizia con pubblicizzazione degli atti? Come mai sul cantiere, il giorno 26 agosto, non era esposta alcuna segnaletica che indirizzasse il cittadino a valutare la correttezza amministrativa dei lavori, nessuna tabellazione, nessuna delimitazione di cantiere? Chi può aver autorizzato gli esecutori del lavoro a gettare impunemente circa 100 metri cubi di materiale roccioso dal balzo della parete Sud? E se così non è avvenuto, dove e con quali mezzi è stato trasportato il materiale di scavo o quello demolito con esplosivo? Se non siamo in presenza di alcuna autorizzazione, come sembra, quando intendono intervenire la magistratura e l’amministrazione comunale per impedire che il danno imposto alla Marmolada assuma rilievi più imponenti? E come si intende intervenire nei confronti degli esecutori e dei committenti degli eventuali abusi e delle violazioni delle leggi ambientali ed urbanistiche del Comune di Rocca Pietore, della regione Veneto e dello Stato Italiano?

Per Mountain Wilderness Italia
Il portavoce Luigi Casanova -


giovedì 7 gennaio 2010

Lettera aperta al signor papa



(da MicroMega)
Ateofobia o rispetto?
Lettera aperta a papa Ratzinger
di Raffaele Carcano*

Gentile sig. Ratzinger,
chi le scrive, segretario dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti, ha ascoltato con interesse le parole da lei pronunciate in occasione del messaggio alla Curia del 21 dicembre scorso. Sono lieto dell’attenzione da lei mostrata nei confronti delle persone «che si ritengono agnostiche o atee»: persone che, la cito testualmente, «devono stare a cuore a noi come credenti». E ci ha fatto sinceramente piacere l’invito al rispetto nei loro confronti formulato dal portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi, in occasione dell’ultimo Natale, anche e soprattutto perché accompagnato dall’ammissione che «non sempre le nostre parole lasciano intendere questo rispetto».

Sono state parole benvenute, perché la religione di cui lei è il massimo esponente mondiale non ha mai trattato molto bene chi la pensava diversamente: più il pensiero è stato eterodosso, più è stato perseguitato. E quanto è stato perseguitato chi non si è limitato ad avere dubbi sul magistero ecclesiastico, ma si è proprio posto al di fuori del cristianesimo, e della religione tout-court! Come dimenticare che Tommaso d’Aquino, ancora oggi la massima autorità teologica della Chiesa da Lei diretta, ha sostenuto nella Summa Theologiae che le persone come noi «meritano di essere tolte dal mondo con la morte»? Come dimenticare che, sulla scorta di simili concezioni dottrinali, innumerevoli tribunali inquisitoriali e bracci secolari hanno operato insieme per mandare al rogo un numero incalcolabile di vite umane? Non tema: non le scrivo per rivangare lontani episodi del passato. Vorrei semmai capire quanto possano essere realmente considerate ‘lontane’ ed ‘episodiche’ le punizioni inflitte ai dissenzienti, alla luce di quanto lei e altri importanti esponenti della Chiesa cattolica avete sostenuto negli ultimi tempi.

Ateofobia o rispetto: qual è la vostra posizione nei confronti di chi non crede?
Lo ammetto, sono un po’ in difficoltà a capire in che modo le stiamo a cuore: negli ultimi anni lei ha sostenuto, in varie riprese, che senza Dio l’uomo «perde la sua grandezza», «perde la dignità», «è lontano da sé, alienato da se stesso». Il suo destino «non può che essere la desolazione dell’angoscia che conduce alla disperazione»: il non credente, rimasto «senza orientamento», può pertanto «finire solo in strade sbagliate e con ricette distruttive». A suo dire «l’uomo, sia nella sua interiorità che nella sua esteriorità, non può essere pienamente compreso se non lo si riconosce aperto alla trascendenza».

Leggendola, la trovo sinceramente stupito che le società non diffidino di gente come noi. Se manca Dio, ha sostenuto, «i contrasti diventano inconciliabili», perché «neppure è possibile immettere nella società quei valori etici che soli possono garantire una convivenza degna dell’uomo». Al contrario, secondo lei è la speranza in una vita ultraterrena a far sì «che l’uomo non si chiuda in un nichilismo paralizzante e sterile, ma si apra all’impegno generoso nella società in cui vive per poterla migliorare». Persino il primo gennaio, dieci giorni dopo il suo messaggio alla Curia, ha detto qualcosa che stona molto con la sua supposta apertura nei nostri confronti: a suo parere, solo chi ha Dio nel cuore è «in grado di cogliere nel volto dell’altro un fratello in umanità, non un mezzo ma un fine, non un rivale o un nemico, ma un altro me stesso, una sfaccettatura dell’infinito mistero dell’essere umano».

Non sono posizioni estemporanee, le sue: si ritrovano anche nella sua seconda enciclica, la Spe salvi, dove ha scritto che «un mondo senza Dio è un mondo senza speranza». Mi permetta di dissentire: che «le più grandi crudeltà e violazioni della giustizia» siano scaturite dall’assenza di Dio è tutto da dimostrare: cosa che lei, nel resto di quel testo, si è comunque guardato bene dal fare. Sono passati già più di tre secoli da quando il protestante Pierre Bayle, nei Pensieri della cometa, sostenne che «l’ateismo non conduce necessariamente alla corruzione dei costumi»: possibile che i cattolici siano rimasti così indietro?

E invece, anche nella sua terza enciclica, la Caritas in veritate, lei ha scritto che «la chiusura ideologica a Dio e l’ateismo dell’indifferenza, che dimenticano il Creatore e rischiano di dimenticare anche i valori umani, si presentano oggi tra i maggiori ostacoli allo sviluppo. L’umanesimo che esclude Dio è un umanesimo disumano». Eppure, a smentirla è una fonte autorevole come l’Indice di Sviluppo Umano redatto dalle Nazioni Unite: i paesi con il maggior numero di atei si collocano ai primi posti, mentre quelli che si trovano in coda alla classifica hanno tutti una popolazione incredula di dimensioni risibili, se non nulla.

Sembra quasi che, per lei, l’ateismo sia una sorta di bad company a cui attribuire ogni male: tutto ciò che è sbagliato nel mondo è ateo. Persino ciò che, secondo l’opinione pubblica, rappresenta il Male Assoluto, e cioè il nazismo, è stato secondo lei una dittatura atea. In visita in Israele, ha dichiarato che ad Auschwitz «così tanti ebrei, madri, padri, mariti, mogli, fratelli, sorelle, amici, furono brutalmente uccisi sotto un regime senza Dio». In un’altra occasione ha sostenuto l’antitesi «tra l’umanesimo ateo e l’umanesimo cristiano», «che attraversa tutta quanta la storia», e che avrebbe, sempre secondo lei, trovato il suo massimo compimento nei lager nazisti, che «possono essere considerati simboli estremi del male, dell’inferno che si apre sulla terra quando l’uomo dimentica Dio e a Lui si sostituisce, usurpandogli il diritto di decidere che cosa è bene e che cosa è male, di dare la vita e la morte».

Lei, sig. Ratzinger, il nazismo l’ha conosciuto personalmente; lei sa benissimo che la Chiesa cattolica sottoscrisse con esso, soltanto sei mesi dopo l’ascesa al potere di Hitler, un Concordato autorevolmente siglato dal futuro papa Pio XII; lei sa che il partito cattolico tedesco, il Zentrum, votò la concessione dei pieni poteri ad Adolf Hitler, così come sa che il Vaticano ne avallò il successivo dissolvimento, favorendo la confluenza di molti suoi autorevoli esponenti nel partito nazista (a cominciare da Franz von Papen, vice-cancelliere dello stesso führer); lei sa che tanti regimi filo-nazisti furono attivamente sostenuti dalla Chiesa cattolica, e che uno di essi, quello slovacco, era guidato addirittura da un monsignore. Lei, sig. Ratzinger, in quanto ex-soldato della Wehrmacht ha indossato una cintura che riportava, sulla fibbia metallica, il motto «Gott mitt uns», «Dio è con noi».

Le sue parole non sono isolate. Il suo predecessore, Karol Wojtyla, nella sua enciclica forse più famosa, la Centesimus Annus, ha scritto che «la negazione di Dio priva la persona del suo fondamento». Il cardinale di Torino, Agostino Poletto, ha affermato che l’ateo è «un pover’uomo o una povera donna, con una prospettiva corta perché non crede in una vita oltre la morte. È una persona da compatire, da una parte, ma da aiutare perché è senza speranza e pensa che tutto finisca qui sulla terra». Il cardinale Cormac Murphy-O'Connor, già primate d’Inghilterra e Galles, non soltanto ha ricordato che «per Gesù, l'incapacità di credere in Dio e di vivere per fede è il più grande dei mali», ma è arrivato a sostenere «gli atei non sono totalmente umani». Per il cardinale Darío Castrillón Hoyos, prefetto della Congregazione per il clero, «un adulto ateo è un povero orfano».

Saranno miei limiti, ma le parole usate dalle gerarchie ecclesiastiche nei confronti degli atei e, più in generale, dei non credenti sono pesantissime: in esse non scorgo alcuna forma di rispetto. Si può ovviamente pensare quello che si vuole di ciò che scrivono autori quali Piergiorgio Odifreddi o Richard Dawkins (peraltro argomentando e tentando di supportare con evidenze le proprie tesi) ma, rispetto a ciò che scrivete voi, sono al massimo punture di spillo. La vostra è un’autentica demonizzazione di chi non appartiene alla Chiesa cattolica: sarà forse un caso che, per farne parte, occorra ancora oggi sottoporsi a un rito che contempla l’esplicita rinuncia a Satana? Forse non ve ne accorgete, ma state vilipendendo la dignità di chi non crede: ogni tanto ne negate addirittura l’umanità, l’appartenenza al genere umano. Ed è chiaro che se si nega questo, negare diritti è il passo logico conseguente.

Perché, come all’epoca dei bracci secolari, il passaggio dalla teoria alla pratica è sempre sorprendentemente rapido. Ha avuto modo di sapere cosa è successo, in Italia, dopo che la Corte di Strasburgo ha accolto il ricorso presentato da una nostra socia contro la presenza dei crocifissi nelle aule scolastiche? Sulla recinzione della sua abitazione sono state dipinte tre croci, accompagnate dalla scritta «Cristo». Un sindaco-onorevole leghista, tale Massimo Bitonci, ha dichiarato che se lei e la sua famiglia «dovessero passare per Cittadella, potrebbero trovare i loro faccioni attaccati ai muri con la scritta ‘Wanted’»; ha anche consigliato al suo collega di Abano Terme, dove risiede, di revocarle la cittadinanza. Il sindaco di Pescara, Luigi Albore Mascia, ha censurato la richiesta del locale circolo UAAR di affiggere manifesti con la scritta Crocifisso a scuola? No grazie, ritenendo che «è facoltà dell’Ufficio competente rifiutare l’affissione di materiale pubblicitario il cui contenuto possa integrare ipotesi di reato». Nel mio piccolo, sono stato uno dei tre destinatari di una sorta di fatwa televisiva («possono morire, ma il crocifisso resterà nelle aule»): l’ha emanata un politico non proprio di second’ordine, il ministro della difesa Ignazio La Russa. Il silenzio delle gerarchie ecclesiastiche su questi episodi è stato totale: come potete pretendere che vi si creda, quando pretendete che il crocifisso sia un «simbolo universale d’amore»?

Spero dunque che comprenda, sig. Ratzinger, il motivo per cui le sue parole di apertura ci lasciano un pochino diffidenti: da bravi empiristi, in via preferenziale preferiamo attenerci ai fatti. Ma non siamo certo refrattari a un dialogo, anche nel «cortile dei gentili» da lei recentemente evocato. Purché sia un dialogo, e non un momento di evangelizzazione, come sembra aver capito Vittorio Possenti, commentando le sue parole su Avvenire: secondo Possenti, «come Paolo ad Atene, bisogna nuovamente annunciare il Dio ignoto nel grande areopago planetario». Certo, sappiamo che la Congregazione per la dottrina della fede, solo due anni fa, ha ribadito che Cristo vuole che «tutti diventino un solo gregge e un solo pastore» (lei, suppongo): ma già padre Lombardi aveva saggiamente messo in guardia dal far sentire i non credenti «un oggetto di missione». Occorre inoltre che il dialogo sia veramente tale: una conversazione tra più parti, e non un monologo. Un dialogo tra pari. Del resto, i non credenti sono, nel mondo, stimati in circa un miliardo: più o meno quanto i cattolici.

Ci creda: ci farebbe piacere scambiare qualche chiacchiera con lei. Sappiamo che è possibile. Paolo VI fu capace, nel 1965, di creare un Segretariato per i non credenti (in seguito, chissà perché, smontato da Giovanni Paolo II) che nel corso di due decenni organizzò diversi incontri di altissimo profilo, con la partecipazione di studiosi di valore mondiale. Lei stesso, visitando la Repubblica Ceca, la nazione più secolarizzata d’Europa, aveva già sostenuto la necessità di un «dialogo intellettuale» con gli agnostici. Si può fare. Sarebbe bello trovarsi in un cortile laico, un luogo dove credenti e non credenti possono confrontarsi pacatamente nel pieno rispetto reciproco. Scoprirà persone che, lungi dal trascorrere un’esistenza angosciata e disperata, sono soddisfatte della propria vita. Quelle persone vorrebbero impegnarsi nella costruzione di una società migliore: ben consce che va costruita insieme a chi non la pensa come loro.

* Segretario UAAR (Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti)

(7 gennaio 2010)



lunedì 2 novembre 2009

Halloween e il gatto nero

Ancora sui gatti neri:



(foto di cobalt123).

Halloween: salvati 71 gatti neri dai riti della Notte streghe

Roma, 1 novembre - Notte di Halloween di lavoro per i volontari delle "ronde del gatto nero". Sono stati 71 gli interventi effettuati nella scorsa notte dagli oltre 400 volontari Aidaa, divisi in 137 gruppi operativi che hanno controllato oltre 700 obiettivi sensibili su tutto il territorio nazionale. Gli interventi si sono prevalentemente concentrati in Lombardia, Piemonte, Toscana, Umbria, Emilia, Veneto e Lazio. Nella maggior parte dei casi (58) si è trattato di falsi allarmi o di semplice violazione dei cimiteri da parte di persone o piccoli gruppi che sono entrati nottetempo nei cimiteri controllati dai volontari di Aidaa senza comunque compiere atti vandalici o sacrifici: in questi casi sono state rilevate le targhe delle auto che saranno fornite alle autorità locali. Sono 13 invece i casi dove sono stati individuati e messi in fuga gruppuscoli di persone che presumibilmente si apprestavano a compiere sacrifici o riti esoterico-satanici. I luoghi in cui si stavano celebrando questi lugubri riti erano sia cimiteri che zone boschive. Quattro riti sono stati scoperti ed interrotti nella zona del basso varesotto, 1 nei boschi di Castello dell'Acqua in provincia di Sondrio in Lombardia. 3 presunti riti sono invece stati scoperti in Piemonte, 2 nella zona di Acqui e 1 in Val Pellice. Due riti individuati nella zona di Ciampino e lago di Bolsena, nel Lazio. Altri 2 casi si sono verificati nella zona di Narni, in Umbria. Un rito satanico è stato scoperto e interrotto nella zona di Lazzise in provincia di Verona, e un altro nella zona di Carpi in Emilia. Nel corso delle operazioni sono stati anche ritrovati e salvati 71 gatti neri avvenuto in 3 diversi depositi situati rispettivamente il Lombardia, Toscana e Umbria; il motivo della loro detenzione non è però stato ancora accertato. Ora gli animali sono stati presi in cura dai volontari Aidaa e dopo le eventuali verifiche di proprietà saranno dati in adozione.
(APcom)

Su streghe e gatti neri

Da Imagoromae
Leggo che a Milano L'Associazione italiana Difesa Ambiente e Animali ha organizzato ronde in Lombardia per salvare i gatti neri dai satanisti che vorrebbero sacrificare gatti neri, insieme a cani e caproni del colore della notte.
L'associazione baserebbe questa sua iniziativa anche sulle "rivelazioni" di una bestia di Satana che, dal carcere, avrebbe indicato addirittura tempi e modalità dei "sacrifici".
Ora, chiunque abbia una seppur minima conoscenza della tradizione magica e di stregoneria, sia a livello pratico che antropologico, sa benissimo che le streghe sono semmai alleate dei gatti neri, che sono generalmente utili e indipendenti familiari delle streghe.
È vero purtroppo che in giro c'è tantissima gente fuori di testa che, mischiando rituali voodoo visti al cinema o in tv con stregoneria da fumetti e satanismo da allucinogeni, magari potrebbe tentare sacrifici di animali nella notte di Halloween.
A parte il fatto che nell'antica tradizione celtica di Halloween erano semmai previsti sacrifici umani, e i tradizionali tagli di teste di prigionieri di guerra che adornavano i villaggi gaelici di cui ci parla la tradizione romana, tale usanza si spense con la romanizzazione della (Gran) Bretagna e l'assimilazione della festa di Samhain (fine estate) con quella romana di Pomona, dea dell'abbondanza il cui simbolo era la mela, e tutti i frutti tondi, il melograno e per estensione la zucca.
Sacrifici animali (di animali commestibili, non di gatti!) sostituirono quelli umani, e furono rigidamente regolamentati in rituali religiosi ben definiti.
Le streghe non hanno mai usato fare sacrifici animali, semmai le streghe si trasformano in animali.
Come scrive Voltaire nel Dizionario filosofico parlando dei nomi delle costellazioni: "Notiamo che non ci sono gatti nei cieli, come ci sono capre, gamberi, tori, arieti, aquile, leoni, pesci, cani".
Nell'alto Medioevo, secondo la chiesa cattolica, le due dee nordiche Freia e Holda apparivano tute le notti, una su una carrozza tirata da venti gatti, l'altra seguita da un corteo di vergini a cavalcioni su gatti maschi o travestite con le loro spoglie.

Il gatto partecipa al Sabbah: il primo pare si sia tenuto nel 1090 e la strega celebra il sabba mascherata da gatto nero e le donne ballano attorno a satana con gatti appesi alle camicie.
E così, nel 1180 Walter Map, nel De nugis curialium, scrive che gli eretici aspettano, raccolti in silenzio, l'improvvisa discesa di un gatto nero mostruoso cui nelle tenebre baciano i piedi, gli organi genitali e il disotto della coda.

Tra il 1179 e il 1202 Alain de Lille nei Contra hereticos propone una curiosa etimologia per il nome "catari" della setta eretica: proviene da catus, gatto in latino, perché come gatto, Lucifero riceve i loro omaggi.

D'altronde, secondo il vangelo del diavolo, "solo gli imbecilli ignorano che tutti i gatti hanno un contratto col diavolo; nessuno può dire cosa ci guadagnino, ma è certo che il diavolo li invita a far bisboccia con lui il martedì grasso: per questo in tale giorno è così raro incontrare un solo gatto".
Voi capite perché durante tutto il giorno i gatti dormono o fingono di dormire, l'inverno presso il fuoco, l'estate al sole. È perché la notte devono vigilare in permanenza.

Non basta: tra il 1231 e il 1236, il vescovo di Parigi, Guillaume d'Auvergne, afferma che Satana, con il permesso di Dio, si mostra ai suoi fedeli sotto forma di gatto, da baciare sotto la coda, o di rospo, da baciare sulla bocca.

Il 13 giugno 1233 il papa Gregorio IX, nella bolla Vox in Roma, parla del "Gatto nero che cadde dal cielo": tutti sanno infatti che il giorno del giudizio si vedranno tutti i gatti intenti ad arrampicarsi sui muri dell'inferno (fonte).
A Navelli, paese in provincia dell'Aquila , famoso perché vi si produce lo zafferano, si narra la leggenda della donna gatto. Essa è la regina delle streghe ed è soprannominata Chicchera, cioè cresta di gallo. La donna gatto si reca al convegno di Benevento recitando la formula "Con un'ora vado e vengo alla noce di Benevento". Ferita ad una zampa con un coltello, mentre sotto forma di gatto cerca di fare malefici, è riconosciuta dalla gente del paese, perché quando riprende la forma umana ha ancora il coltello nella coscia (fonte).

Insomma se ammazzate un gatto nero, oltre che un nobile e utilissimo animale (che elimina topi e altri parassiti sgradevoli) potreste ammazzare una strega.
Altro che Satanismo. Se dei Satanisti si mettessero ad ammazzare gatti sarebbero solo degli imbecilli ignoranti.
L'Associazione comunque fornisce un numero di telefono cui rivolgersi che volentieri riporto nel caso voleste segnalare abusi su animali: 3487611439.



lunedì 6 luglio 2009

19 settembre 2009: Liberi di non credere






19 settembre 2009: Liberi di non credere

primo meeting nazionale per un paese laico e civile

Erano pochi milioni, cent’anni fa. Oggi sono circa un miliardo. Il formidabile aumento del numero dei non credenti è l’unica, rilevante novità nel panorama religioso mondiale degli ultimi decenni. Un fenomeno che, peraltro, nei paesi democratici non accenna affatto a fermarsi: una crescita che, significativamente, non è il frutto dell’opera di ‘missionari’ dell’ateismo e dell’agnosticismo, ma l’esito di centinaia di milioni di riflessioni individuali. Circostanza ancora più eloquente, la loro diffusione è maggiore quanto maggiore è la diffusione del benessere, dell’istruzione, della libertà di espressione. Lungi dal portare le società alla rovina, come vaticinano leader religiosi incapaci di trovare risposte più adeguate alla secolarizzazione, atei e agnostici ne rappresentano la parte più dinamica, quella che più contribuisce alla loro crescita: rispetto alla media della popolazione sono più giovani, più istruiti, più aperti al nuovo, più tolleranti nei confronti di chi viene troppo spesso dipinto come ‘diverso’: stranieri, omosessuali, ragazze madri, appartenenti a religioni di minoranza.

Quasi ovunque il mondo politico ha registrato questi cambiamenti, improntando le legislazioni nazionali a norme sempre meno dipendenti dall’etica religiosa prevalente (ancora per quanto?), e valorizzando per contro l’autodeterminazione dei singoli individui. Persino in una “nazione cristiana” quale sono ritenuti gli Stati Uniti, un americano su sette non appartiene ad alcuna religione: non è un caso che, nel suo discorso di insediamento, Barack Obama abbia esplicitamente riconosciuto il ruolo dei non credenti.

Un solo paese occidentale sembra fare eccezione, nonostante la religiosità sia in calo anche lì. È il paese con la classe politica meno apprezzata, con i livelli più bassi di libertà di espressione: un paese che tanti, in patria e all’estero, ritengono in declino. Quel paese è il nostro, quel paese è l’Italia. Un paese dove i non credenti sono i paria della società, relegati dalla legge (e dal condizionamento sociale) a cittadini di quinta categoria: l’incredulità viene buona ultima, quanto a diritti, dopo la Chiesa cattolica, le confessioni sottoscrittrici di Intesa, i culti ammessi e le confessioni non registrate. Un paese dove si può essere censurati se si tenta di scrivere che Dio non esiste. Un paese dove, in televisione, è impossibile ascoltare una critica alle gerarchie ecclesiastiche.

Eppure gli atei e gli agnostici non sono affatto pochi: anche in Italia, un cittadino su sette non crede. Ma nessuno lo ascolta. Certo, il servilismo del mondo politico e dei mass media italiani non teme, come si è detto, confronti con altri paesi. Ma anche gli increduli hanno le loro responsabilità. Se vogliono non essere discriminati sui luoghi di lavoro; se desiderano che i loro figli, a scuola, non siano confinati in un ghetto; se non accettano che ingenti somme delle (scarse) finanze pubbliche finanzino organizzazioni confessionali; se, in poche parole, pensano che l’Italia debba realmente essere uno Stato laico e democratico, che tratta tutti i cittadini allo stesso modo, è necessario far sentire la propria voce. Finora non è mai accaduto: mai atei e agnostici hanno manifestato per i loro diritti civili.

Atei e agnostici non credono nei miracoli: sanno benissimo che, per ottenere dei cambiamenti, è necessario darsi da fare. È dunque venuto il tempo, anche per i non credenti, di mobilitarsi. Per questo motivo l’UAAR, l’associazione di promozione sociale che unisce gli atei e gli agnostici, indice per sabato 19 settembre, alle ore 15, nell’area antistante lo stadio Flaminio (Piazzale Ankara) a Roma

LIBERI DI NON CREDERE
primo meeting nazionale per un paese laico e civile

La data scelta non è casuale. I diritti dei non credenti possono essere riconosciuti solo laddove non c’è alcuna religione di Stato, di fatto e/o di diritto. Il 20 settembre 1870 non venne meno solo una religione di Stato; fu abbattuto un regime teocratico all’interno del quale era impossibile dichiararsi pubblicamente atei o agnostici. Molti, quel giorno, ritennero a portata di mano la realizzazione di una società, in cui una libera Chiesa costituisse solo una parte, non privilegiata, di un libero Stato. Quel progetto, faticosamente avviato, fu poi bloccato dal ventennio fascista, dal cinquantennio democristiano e da un quindicennio di confessionalismo bipartisan.

Ora i tempi sono cambiati. Non intendiamo rievocare con nostalgia l’epopea risorgimentale: vogliamo invece impegnarci nella costruzione di una società moderna, laica, europea.
Vogliamo l’uguaglianza, giuridica e di fatto, di credenti e non credenti
Vogliamo l’affermazione concreta della laicità dello Stato
Vogliamo la fine di ogni privilegio, di diritto e di fatto, accordato alle confessioni religiose
Vogliamo che le concezioni del mondo non religiose abbiano la stessa visibilità e lo stesso rispetto delle concezioni del mondo religiose

In particolare, chiediamo:
Avvio di un processo per il superamento del regime concordatario
Riconoscimento delle unioni civili
Aumento delle risorse pubbliche stanziate per la ricerca scientifica
Rimozione degli ostacoli frapposti alla contraccezione d’emergenza (c.d. “pillola del giorno dopo”)
Abolizione dei limiti all’accesso alla fecondazione artificiale introdotti dalla legge 40/2004
Abolizione dell’obiezione di coscienza nei reparti di ginecologia degli ospedali pubblici
Introduzione della pillola RU-486 e presenza capillare di consultori pubblici
Legalizzazione dell’eutanasia attiva volontaria
Riconoscimento delle direttive anticipate di fine vita
Rimozione di ogni discriminazione basata sull’orientamento sessuale
Possibilità per tutti i cittadini di poter abbandonare formalmente la propria religione
Disponibilità su tutto il territorio nazionale di strutture per la cremazione e di sale del commiato laiche
Disponibilità, su tutto il territorio nazionale, di luoghi solenni e tempi consoni per il matrimonio civile
Edifici pubblici laici, non contrassegnati dal simbolo della Chiesa cattolica
Rispetto delle leggi sull’inquinamento acustico anche da parte delle confessioni religiose
Abolizione delle leggi di tutela penale in materia religiosa
Fine dei privilegi delle confessioni religiose nelle strutture obbliganti (ospedali, carceri, caserme...)
Riduzione dei tempi per l’ottenimento della separazione e del divorzio
Introduzione del sistema tedesco, per il quale solo i contribuenti che vogliono espressamente finanziare la loro fede pagano la tassa di religione
Fine del versamento di fondi comunali alle confessioni religiose quali oneri di urbanizzazione secondaria
Una scuola pubblica laica: dove chi non frequenta le ore di religione cattolica non sia discriminato; dove lo stesso insegnamento religioso cattolico sia sostituito da educazione civica o studio di religioni e filosofie non confessionali; dove non si svolgano atti di culto, visite pastorali o altre azioni di evangelizzazione; dove si insegnino l’evoluzionismo e il pensiero critico; alla quale siano destinati i fondi attualmente riversati su un sistema di scuole private ghettizzante e inefficiente.

Se anche tu condividi questi obiettivi, il 19 settembre partecipa a

LIBERI DI NON CREDERE
primo meeting nazionale per un paese laico e civile


Per aderire alla manifestazione inviate una e-mail con oggetto “adesione” a: adesioni19settembre@uaar.it
Per partecipare alla manifestazione, contattate il circolo o referente UAAR più vicino



sabato 30 maggio 2009

Gay Pride e omofobia interiorizzata





Quale dei due personaggi ritratti nelle foto accluse in questo post ha maggiore dignità? Ve lo dico io: la terza!
Perché è se stessa, e se ne frega del benpensantismo peloso imperante in questo paese di merda (perdonate la finezza).

Fuor di metafora, stavolta: ma che palle, ragazzi, che palle!
Ogni anno spunta fuori il vecchio logoro "dibattito" (tra virgolette perché è un eufemismo) sul Gay Pride, portato avanti da gente che non si rende conto di cadere nel tranello puntuale teso dagli omofobi catto-fascio-razzisti italiani, che puntano -e la spuntano- ad abbassare il livello del confronto e a distogliere l'attenzione dai problemi veri.
Malati di omofobia interiorizzata che sbucano fuori regolarmente a dire che si vergognano di quella roba, e che è colpa del Pride se "nessuno ci prende sul serio", come se prima che arrivasse il Pride (appena una decina d'anni fa) noi avevamo tutti i diritti e non c'era razzismo. Tutti a scagliarsi contro quelle due o tre travestite (in relazione al grandissimo numero di partecipanti al corteo) che stanno in testa a catalizzare l'attenzione di fotografi provinciali - e immagino con molti pruriti- e genuflessi, come chi sta sopra di loro e solo quelle foto pubblica quando si parla di questioni legate alle persone glbt; quando ne parlano.
Non vi accorgete che fate il gioco degli omofobi veri? Già abbiamo il ministro più inutile del mondo, cioé il "Ministro delle Pari Opportunità delle Donne Eterosessuali Cattoliche", una che ha passato la vita a far vedere il culo e le tette per soldi, e che appena "redenta" e promossa a ministro per chissà quali meriti è venuta da noi a dirci "siate sobri" (da che pulpito), volete pure dar loro ragione!? Come se poi fosse questo il problema, un corteo che si svolge solo una volta all'anno, e che solo qui da noi suscita questo tipo di polemiche.
E le battaglie che si fanno ogni giorno per tutto l'anno? Ve ne siete accorti? Ed è già notevole che si lotti, nell'indifferenza generale (compresa quella di moti di noi stessi) quando non nell'odio dichiarato, vista la qualità dell'associazionismo glbt in Italia.
Ma quando vi svegliate?
Fatevelo, un bel corteo per i diritti come dite voi, tutti in giacca e cravatta gli uomini e in tallieur -immagino- le donne (quella si che sarebbe una carnevalata) e poi vediamo cosa otterrete! Oppure, farete meglio ad andare da uno strizzacervelli e farvi curare la vostra omofobia interiorizzata! FATEVI CURARE!


mercoledì 18 marzo 2009

La lobby degli sparatori




Messaggio urgente - STOP
situazione critica, siamo tutti preoccupati - STOP
vorrebbero aprire alla caccia anche i parchi naturali - STOP
vorrebbero rendere sparabile pressoché qualunque cosa si muova - STOP
vorrebbero mettere il fucile in mano anche ai sedicenni (!) - STOP
non gli basta massacrarsi tra di loro - STOP
(che a noi andrebbe anche bene...) - STOP
il prossimo passo sarà la caccia al barboncino dentro gli appartamenti? - STOP
maledetti bipedi - STOP
urge intervento di Kimala - STOP
oh spirito del fuoco e del bosco, liberaci, fulminali tutti - STOP
preparaci ’sto grande barbecue di bipedi, che c’abbiamo faaaame - STOP
grazie - STOP

C.Z.V.d.G.B.d.U.E.S.
(Collettivo Zoologico Vittime della Grande Balla dell’Uomo-Essere "Superiore")