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venerdì 10 settembre 2010

Montagne senza pace - 2



MEGA ANTENNA SU MONTE GENNARO

COMUNICATO STAMPA

Mountain Wilderness Lazio si mobilita contro il tentativo di una famosa radio privata (Radio Subasio) di collocare in cima a Monte Gennaro, all’interno del Parco Naturale Regionale dei Monti Lucretili, un’antenna alta circa 100 metri.

Nei giorni scorsi la ditta appaltatrice dei lavori, per conto di questa radio, ha tentato per l’ennesima volta di forzare il passaggio contravvenendo ad un’ordinanza del Sindaco di Palombara Sabina che opponeva il divieto di transito su una inesistente carrozzabile che da Stazzano consentirebbe l’accesso a questa montagna, la prima e l’unica che si vede all’orizzonte di Roma.

Tutti ciò a seguito della delibera della giunta regionale Lazio del 2007 che ha approvato le nuove localizzazioni per gli impianti di emittenza televisiva, che dovrebbero in buona parte accogliere gli impianti attualmente siti a M. Mario e a M. Cavo.

Mountain Wilderness Lazio, in collaborazione con i gruppi locali che si oppongono a questa realizzazione, ha iniziato nei giorni scorsi un presidio permanente che si protrarrà per tutto il mese di settembre.

La realizzazione del progetto comprometterebbe in modo irreparabile il valore paesaggistico e naturalistico e la fruibilità dell’area, che è attualmente tutelata da norme stringenti del piano d’assetto, area ZPS, ed è compresa nella rete Natura 2000 delle aree naturali di interesse comunitario.

Diversi esposti/denuncia di questa Associazione di Comitati locali e delle Amministrazioni del luogo, depositati presso il Tribunale di Tivoli, non hanno ancora avuto seguito al fine di fermare questo affronto in un’area tutelata a Parco e di interesse comunitario.

Renato Giuseppe Napoli
Responsabile Gruppo regionale Lazio Mountain Wilderness Italia



Chi demolisce Punta Rocca?

Esposto di Mountain Wilderness Italia alla Magistratura

Durante un'ispezione in Marmolada effettuata da attivisti di Mountain Wilderness Italia il 26 agosto 2010, in assenza di controlli degli organi preposti, si è dovuto accertare che accanto all’arrivo del terzo tronco della funivia su Punta Rocca, in prossimità delle scalette di discesa dal cassone metallico, si è proceduto a lavori di scavo della roccia della montagna; si tratta di area SIC, oltre che uno dei nove sistemi inseriti in Dolomiti patrimonio naturale dell’umanità UNESCO.

Da notizie raccolte, e confermate dai Servizi Forestali della Provincia Autonoma di Trento che però sull’area non hanno competenza amministrativa, si sa che nel mese di maggio ignoti hanno usato esplosivo per far saltare spezzoni di roccia, ovviamente in giornata di brutto tempo. Il materiale di risulta è stato gettato dalla parete Sud, verso il Rifugio Falier; durante l’estate ancora si è scavato, fin nei giorni scorsi -sempre dopo le 17.00- usando demolitori meccanici, per costruire una nuova piazzola di arrivo della scalinata di discesa e per costruire un possibile terrazzo panoramico. I lavori sono stati eseguiti pur essendo a conoscenza che appena sotto il ghiaccio vi è alta probabilità della presenza di residui di almeno quattro bombe risalenti alla Prima Guerra mondiale, probabilmente inesplose. La scaletta è già stata rimossa e spostata in nuova sede.

Chi ha autorizzato i lavori che sono stati eseguiti, sulla base di quale documentazione depositata in Comune a Rocca Pietore o presso i competenti uffici regionali? Esiste una VIA, una Valutazione d’incidenza, una regolare autorizzazione edilizia con pubblicizzazione degli atti? Come mai sul cantiere, il giorno 26 agosto, non era esposta alcuna segnaletica che indirizzasse il cittadino a valutare la correttezza amministrativa dei lavori, nessuna tabellazione, nessuna delimitazione di cantiere? Chi può aver autorizzato gli esecutori del lavoro a gettare impunemente circa 100 metri cubi di materiale roccioso dal balzo della parete Sud? E se così non è avvenuto, dove e con quali mezzi è stato trasportato il materiale di scavo o quello demolito con esplosivo? Se non siamo in presenza di alcuna autorizzazione, come sembra, quando intendono intervenire la magistratura e l’amministrazione comunale per impedire che il danno imposto alla Marmolada assuma rilievi più imponenti? E come si intende intervenire nei confronti degli esecutori e dei committenti degli eventuali abusi e delle violazioni delle leggi ambientali ed urbanistiche del Comune di Rocca Pietore, della regione Veneto e dello Stato Italiano?

Per Mountain Wilderness Italia
Il portavoce Luigi Casanova -


mercoledì 12 maggio 2010

Vittoria sulla Marmolada

A proposito di montagne e bellezza:



Comunicato stampa
22 aprile, processo di Cassazione per lo sfregio in Marmolada (estate 2005):
la società funivie Tofane-Marmolada definitivamente condannata.

Il 22 aprile a Roma si è tenuta l’udienza in Cassazione contro Mario Vascellari, presidente della società Funivie Tofane-Marmolada Spa e Luciano Soraru, caposervizio degli impianti sciistici della Marmolada, imputati perché in concorso tra loro realizzavano, senza autorizzazione, la pista di cantiere nel ghiacciaio della Marmolada che porta a Punta Rocca, area di interesse pubblico (D.M. del 9.9.1956) e area SIC (25.03.2004), per il reato previsto e punito dal c.p, art. 734, alterando la bellezza naturale del ghiacciaio. Gli imputati erano ricorsi al terzo grado di giudizio perché condannati anche in appello a Trento il 24 giugno 2009, dopo aver subito la prima condanna dal Tribunale di Trento, sezione distaccata di Cavalese, il 4 febbraio 2008, con sentenza depositata l’11 marzo 2008.

La sentenza della Cassazione costruisce un nuovo percorso nella tutela dell’ambiente in quanto innova la lettura qualitativa del “paesaggio”. Il paesaggio non è da intendersi solo “nel suo significato riduttivo e tradizionale di contemplazione di ambiti naturali di non comune bellezza, ma di godimento complessivo che l’uomo trae dal contesto ambientale quando di quest’ultimo non siano stati stravolti o annullati i suoi aspetti qualificanti”. Quindi, in una più ampia accezione, il paesaggio non consisterebbe nella sola fisionomia assunta dal territorio, in continua mutazione spaziale e temporale, visivamente percepibile, ma anche in ogni altra sensazione avvertibile con i sensi, vale a dire i profumi, i rumori, perfino il silenzio, che di quella determinata forma territoriale sarebbero l’immediata, inconfondibile e tipica risultante.

E’ stato inoltre confermato che un ghiacciaio è un “patrimonio pubblico”, primo ciclo dell’acqua, un “santuario”, stabilendo come il silenzio delle autorità pubbliche non scusi alcun comportamento illecito. Altro passaggio fondamentale, che non solo consolida ma anche costruisce nuova giurisdizione, sta nell’accettazione dell'associazione Mountain Wilderness come parte civile, con un risarcimento danni confermato in 25.000 €. La stessa associazione ha avuto il diritto di costituirsi parte civile a nome della Provincia Autonoma di Trento, ritenendo doveroso tutelare l’ente ed i cittadini rappresentati davanti al grave danno ambientale perpetuato; le associazioni ambientaliste quindi potranno sostituire gli enti pubblici che riterranno di non doversi tutelare in presenza di atti illeciti verso il territorio. Alla provincia di Trento, grazie all'associazione Mountain Wilderness, è stato riconfermato, come da sentenza di appello, il risarcimento di 50.000 € di danni.

Si tratta di un'importante vittoria giudiziaria e politica di Mountain Wilderness e di tutto
l’ambientalismo nazionale. Con questa definitiva pronuncia della Cassazione, per la prima volta in Italia, vengono sanzionati precisi reati paesaggistici e specialmente si riconosce ad un'associazione ambientalista il diritto al risarcimento morale, nonché il diritto di tutelare la collettività intera quando l’ente pubblico -nella fattispecie la provincia Autonoma di Trento- in modo scandaloso decide di rimanere assente dalla scena nella quale si difende il territorio, in questo caso l’ultimo grande ghiacciaio delle Dolomiti.

Il Consiglio direttivo di Mountain Wilderness Italia
2 maggio 2010



Pro Mont Blanc

Il Monte Bianco è il solo dei più grandi massicci del pianeta a non essere protetto in modo rigoroso ed adeguato. Per ovviare a ciò ProMONT-BLANC, collettivo non governativo internazionale, lancia un appello ponendosi l'obiettivo nei prossimi tre anni di presentare un dossier per la candidatura UNESCO del Monte Bianco; a tale scopo si cerca un consulente con mandato di sollecitare i ministeri dell'ambiente di Italia, Francia e Svizzera per avviare la preparazione dei documenti necessari alla candidatura.

lunedì 15 febbraio 2010

Montagne e bellezza



Le notizie dalla montagna (a cura di Mountain Wilderness Italia)

Ricordate Cresta Rossa? Nel 2005 MW con la propria denuncia ottenne la bocciatura del progetto di impianto che dal Passo dei Salati attraverso Punta Indren doveva portare a quota 3700 m sotto il Monte Rosa. Ma quello che la regione Piemonte aveva bocciato, la Valle d'Aosta ha portato avanti: alla fine di dicembre 2009 è stata inaugurata senza annunci la "funivia fantasma" (che oggi si ferma a Punta Indren), una valanga ha però rotto il silenzio travolgendo tre sciatori per fortuna senza gravi conseguenze. Ne riparleremo. Per rileggere la storia, www.mountainwilderness.it

La legge 113 del 29 gennaio 1992 recita così: è dato obbligo ai Comuni «di porre a dimora un albero nel territorio entro 12 mesi dalla registrazione anagrafica di ogni neonato». Da allora ad oggi avrebbero dovuto essere piantati nove milioni di alberi che però non ci sono. Si può denunciare lo scandalo, ma chi l'ha fatto ha dovuto rassegnarsi. La campagna dell'Onu denominata Unep (United Nations Environment Programme) prevedeva la piantumazione di sette miliardi di alberi entro il 2009, tanti quanti il numero degli abitanti della Terra. L'Italia si era impegnata per 36 milioni, ne ha piantati circa lo 0,1%.
www.unep.org/BILLIONTREECAMPAIGN

Eliski in Turchia. Sulla catena Kaçkar la nuova frontiera per i veri sportivi: "oltre 4500 kmq di superficie bianca, intatta, tra i 3700 e i 1500 m (...) 60 valli e 440 discese tra cui scegliere". Company d'heliski svizzera, fornitura del materiale a richiesta, servizio fotografico professionale per ogni gruppo di sciatori; in alternativa, ci sono anche le motoslitte. Il prezzo? Oltre seimila euro per nove giorni, biglietto aereo escluso. Non ci pare il caso di segnalare il sito Internet di riferimento...

Biodiversità. Secondo l’ultimo rapporto dell’IUCN in Italia si stima una diminuzione su base locale del 40% del patrimonio delle piante, mentre il 68% dei vertebrati risulta in pericolo; in Europa sono 571 le specie animali e vegetali sotto stretta minaccia di estinzione. Il Ministero dell'Ambiente mette a disposizione dei dipendenti pubblici un corso di formazione gratuito, a Bologna dal 1 al 5 febbraio 2010. Per informazioni www.formez.it

Materiali difettosi. L'UIAA offre sul suo sito un motore di ricerca che aumenta la sicurezza per gli alpinisti: si potrà infatti verificare se la propria attrezzatura sia stata oggetto di richiamo da parte dei produttori. Le pagine, in lingua inglese, raccolgono le segnalazioni aggiornate provenienti dalle aziende di tutto il mondo. www.theuiaa.org/certified_equipment.php

L’on. Massimo Romagnoli, nominato presidente dell’Ente Italiano della Montagna (EIM), annuncia una legge sulla montagna da realizzare ed approvare entro l’anno. L’EIM è l’ente pubblico di ricerca della Presidenza del Consiglio dei Ministri per le politiche e lo sviluppo socio-economico e culturale dei territori montani. www.montagne.rai.it

La circolazione dei veicoli a motore in Francia è vietata al di fuori delle strade pubbliche statali, dipartimentali e comunali, ma una nuova proposta di legge si prefigge di annullare questa disposizione. La proposta presentata prevede che nei comuni di montagna tutti i percorsi - tra cui anche i sentieri e le piste forestali - siano considerati percorribili e quindi aperti al traffico. www.cipra.org
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Montagna non è sinonimo di Luna Park, dove si va solo per puro divertimento, è un ambiente delicato, che ha bisogno di cure costanti, di tutela a volte rigorosa e decisa, di attenzione non solo 'ecologica' ma anche -e soprattutto- 'politica': ci vuole un occhio vigile perché gli attacchi di speculatori e cementificatori senza scrupoli sono pressoché quotidiani. Ci sono tracce storiche oramai indelebili delle devastazioni commesse da costoro; Pila, in Val d'Aosta, è un esempio illuminante: forse d'inverno, con la neve che copre quasi tutto, può essere un luogo 'sopportabile', ma d'estate è inguardabile. Scavata, spianata, recintata, palazzi orribili e completamente estranei all'architettura tradizionale locale, rumorosa (qualche anno fa ho rischiato di essere investito da un tipo su una moto da cross), piloni degli impianti di risalita che sovrastano le ferite dei disboscamenti selvaggi; in una parola: squallida. E totalmente inutile, se vogliamo, visto che io non avrei interesse a lasciare una brutta periferia urbana, dove vivo ogni giorno, e fare quasi mille km per andare a stare (pagando, per giunta) in una situazione simile, per squallore, ma solo più alta. Tanto vale restare dove sto, che risparmio pure.
Ma perché il concetto di bellezza, quasi sempre sinonimo di integrità, parlando di ambiente è così sottovalutato? Perché non 'rende'? Anche questo è sbagliato: seguitando con l'esempio precedente, io quei quasi mille km li farei volentieri, se sapessi di trovare un paesaggio incontaminato, una natura intatta, compreso il piacere di camminare (invece di farmi scarrozzare da una funivia che banalizza tutto) e scoprire da me stesso. E pagherei anche (e come me, tanta altra gente)! Perché nessuno ha il coraggio di investire su questo tipo di turismo?

La montagna, dicevo, richiede attenzione, ma ripaga con una bellezza senza pari, che non ha alcun prezzo e riempie l'anima. Ad avercela, s'intende.

Io ho scelto di sostenere
Mountain Wilderness, e faccio volentieri questa piccola 'propaganda' (spontanea, non richesta e non retribuita) alla associazione, che conosco per il suo impegno che va proprio nella direzione della tutela della bellezza cui ho accennato.
QB

giovedì 22 gennaio 2009

La guerra degli dèi in montagna



da UAAR.it
Trentino, croci in vetta: le regole cattoliche non rispettano le regole

Gli alpinisti trentini avevano mostrato qualche dubbio sul proliferare di simboli religiosi in cima alle montagne. La Pastorale del Turismo dell’arcidiocesi ha colto la palla al balzo, emanando, come riporta l'Avvenire, un decalogo che disciplina materiali, tipologia, testi da utilizzare. Indispensabile, inoltre, è ritenuto il confronto con le parrocchie del posto. Le istruzioni così minuziosamente riportate sembrano però trascurare un dettaglio: la richiesta di autorizzazione da parte delle amministrazioni locali.

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Tra i commenti alla notizia, c'é chi ricorda come la questione sia dibattuta già da tempo, anche se da una prospettiva un pochino più 'laicista'; e non senza ragione. Ecco l'articolo (del 29 settembre 2005) del Corriere.it segnalato dal commentatore:

A dare il via la polemica una provocazione contro l'inquinamento delle cime
Buddha o croce, la sfida in vetta
Sondrio, statua orientale sul Pizzo Badile. Messner: via tutti i simboli. Da Polenza: i simboli religiosi parte della tradizione.

MILANO - «Se voi non tirate giù le vostre croci noi non tireremo giù il nostro Buddha». E’ «guerra santa» sulle vette. Partita come provocazione di un gruppetto di guide alpine valtellinesi, la polemica adesso rischia di esplodere. Proprio come quella sul crocifisso a scuola o nelle aule del tribunale.
Tutto inizia qualche giorno fa, quando sulla cima del Pizzo Badile (3308 metri), in Valmasino (Sondrio), viene issata una statua di Buddha alta un metro e trenta e pesante venti chili. La portano sulla vetta Jacopo Merizzi, 46 anni, guida alpina che ha aperto decine di vie, Lupa Maspes, 33, scalatore di punta con imprese anche sull’Himalaya, Mario Scarpa, 33, e Giovanna Novella, 25. «Ci siamo divertiti da matti - dicono - poi abbiamo deciso di lasciarla lì. Almeno sino a quando sulle vette non spariranno tutti i simboli religiosi. C’è ormai una smisurata fioritura di croci e lapidi che, con il ritiro dei ghiacciai, è diventata la grande piaga delle nostre alte montagne
Sarebbe giusto passare sulle montagne leggeri come ombre - sostengono - lasciarle nude e cariche della loro essenza primaria, di roccia, neve e cielo. Chiunque salga al Badile, ha invece l'impressione di seguire una via crucis: lapidi, cippi mortuari, croci, statue religiose».
Un pretesto «ecologico» che però ha aperto il dibattito: le croci sono testimonianza di fede o inquinamento ambientale? E soprattutto, se ci stanno i simboli di una religione perché non ci possono stare quelli di un altra? E’ categorico Reinhold Messner: «Né croci, né Buddha». «Bisogna finirla con lo sfruttamento delle cime - dice -, le montagne sono già un simbolo del divino, non hanno bisogno di emblemi religiosi. Quando si arriva in vetta basta fare come si usava una volta, costruire un ometto di sassi».
Don Josef Hurton, parroco di Solda, uno dei padri del soccorso alpino italiano, la pensa però diversamente: «Perché mai dovrebbero sparire le croci? Da duemila anni fanno parte della nostra cultura e rappresentano il massimo valore del cristianesimo, un segno portato proprio dove l’uomo è più vicino a Dio. Le altre religioni devono rispettare questo. Chi porterebbe mai delle croci sulle vette dell’India? E poi - continua don Josef - qualcuno si è chiesto la gente del posto sarebbe d’accordo?». «Ma via, siamo seri», dice il senatore Fiorello Provera (Lega), presidente della Provincia di Sondrio. «Le croci sulle nostre montagne in molti casi ricordano persone, civili ma anche militari, che hanno perso la vita in quei luoghi. Ci vuole rispetto. Non è così che si dimostra il laicismo della nostra società che in secoli di storia è cresciuto parallelamente alla religione. L’iniziativa del Buddha mi pare ridicola».
Anche Agostino Da Polenza, capo della spedizione italiana sul K2 nel 2004, taglia corto: «I simboli religiosi sulle montagne fanno parte della nostra tradizione e della nostra cultura. Detto questo mi pare altrettanto legittima l’iniziativa di chi invece della croce vuole mettere un Buddha». «La montagna è già bella così, non ha bisogno di simboli», sostiene invece Marco Columbro, che si definisce libero cercatore dello spirito. «Se si vuole arrivare a parificare le religioni, non è questa la strada. Il chiasso non serve. Bisogna sedersi a un tavolo e discutere. E magari iniziare facendo studiare tutte le religioni a scuola».
Luigi Corvi


il buddha sulla cima

martedì 28 ottobre 2008

Montagne senza pace...




Sentieri e mulattiere: no all'invasione di moto e auto


Comunicato stampa congiunto di Mountain Wilderness Italia -- CIPRA Italia - Legambiente - Lipu -
Federazione Pro Natura – WWF Italia


Mountain Wilderness Italia, CIPRA Italia, Legambiente, Lipu, Pro Natura e WWF Italia chiedono che venga predisposta una seria regolamentazione delle attività motorizzate in montagna ed esprimono un giudizio severo sul Disegno di Legge e sulla analoga Proposta di Legge “Disciplina della circolazione motorizzata su strade a fondo naturale e fuori strada” che va esattamente nella direzione opposta a quella auspicata dalle associazioni a tutela dell'ambiente alpino e della qualità della vita di residenti e turisti.

Con il Disegno di Legge n. 275 comunicato alla Presidenza del Senato il 29 aprile 2008 dai Senatori Carrara, Bianconi e Asciutti e con la Proposta di Legge presentata alla Camera il 19 giugno 2008 su iniziativa dei Deputati Grimoldi , Allasia e Caparini verrebbero infatti legalizzate le moto da trial su sentieri e mulattiere e gli enti locali avrebbero facoltà di autorizzare percorsi fuoristrada e organizzare gare motoristiche su strade bianche.

Il testo è identico a quello presentato il 16 giugno 2004 che sollevò le proteste delle associazioni di tutela ambientale.

Oggi come allora sosteniamo che queste proposte rappresentano un pericolo per l'ambiente montano e la sua biodiversità e per i suoi frequentatori. Lo Stato è responsabile della sicurezza dei propri cittadini, sicurezza che non verrebbe garantita permettendo un'ulteriore invasione di mezzi motorizzati su sentieri e strade a fondo naturale.
Già ora la mancanza di regolamentazione e lo scarso deterrente delle sanzioni previste creano conflitti tra i diversi fruitori della montagna e causano notevole impatto nei confronti dell'ambiente.

L’approccio del Disegno di Legge inoltre tende a considerare la tutela di ambiente e territorio una limitazione delle libertà individuali invece che un valore in sè.
Il testo attuale è inaccettabile e le associazioni firmatarie sono disposte a collaborare ad una radicale revisione per garantire proprio quella tutela del patrimonio ambientale che il legislatore si prefigge nei suoi intenti.

Mountain Wilderness Italia - CIPRA Italia – Legambiente - Lipu – Federazione Pro Natura – WWF Italia

lunedì 20 ottobre 2008

L'alpinista, sentinella della montagna



Lettera di Paolo Rumiz al presidente del Cai Annibale Salsa.
In occasione del 98esimo Congresso del CAI - Predazzo .

Caro Salsa, ti invio questo mio intervento perché sia letto nella sede appropriata. Mi dispiace non essere venuto, ma nella lettera capirai.

Cari amici,

E’ curioso che non possa essere qui tra voi perché il mio giornale mi ha spedito a occuparmi di montagna. Questa mia diserzione è figlia della stessa emergenza che sarà sul tavolo dei vostri lavori. Devo vedere cosa accadrà quando la scure dei tagli pubblici si abbatterà sulle ultime scuole lasciate a presidio delle valli più lontane e spopolate. Lo dico con dolore. Per l’ennesima volta devo monitorare un abbandono di terre alte che apre la strada ai… cinghiali, al degrado e al saccheggio delle risorse. Il mio disappunto per non essere qui a Predazzo è attenuato – ma solo in piccola parte - da questa mia “chiamata alle armi” a difesa dei territori di cui - oggi qui - vi occupate.

Questa mia non è una semplice lettera formale di scusa per un’assenza. E’ qualcosa di più. E’ un’invettiva contro il degrado della montagna di cui vorrei che il Cai tenesse conto, e quindi vorrei fosse considerato un intervento a tutti gli effetti. Ritengo che i lavori sulla Tutela ambientale debbano essere prioritari su qualsiasi altra discussione, tale è l’emergenza che ci troviamo a fronteggiare. Tutto il resto – reclutamento soci, cultura, manifestazioni - sono quisquilie rispetto alla trasformazione biblica cui stiamo assistendo e che la civiltà dello spreco fa di tutto per non farci vedere nella sua reale gravità.

Gli alpinisti non sono una casta. Essi fanno parte dell’Italia e non devono tutelare se stessi per costruirsi serre riscaldate, ma esporsi in prima linea – nel vento forte - per tutelare coraggiosamente il loro Paese, il nostro Paese, senza guardare in faccia nessun Governo, nessun colore politico, nessuna confraternita di pressione economica o politica. Vorrei che il Cai sapesse di essere una lobby e di avere una massa critica e una capacità di pressione sufficienti a cambiare le cose, una forza d’urto che esso può esercitare, se necessario, platealmente, facendosi sentire con iniziative clamorose sotto il portone del Palazzo. Non ci sono più alibi per defilarsi.

Ho cominciato a frequentare la montagna da bambino. Da adolescente ho sognato le prime arrampicate leggendo “Alpinismo Eroico” di Emilio Comici, e talvolta, inseguendo questo eroismo ho rischiato la vita da incosciente. Erano gli anni in cui, specialmente nella mia Trieste, le Alpi erano le sentinelle della Nazione. Da Aosta a Tarvisio gli Alpini uscivano ancora con i muli. Poi è arrivata la stagione adulta, il sesto grado, le nuove vie aperte in Pale di San Martino, Gruppo dell’Agner, Dolomiti della Sinistra Piave. A trent’anni ho lasciato l’arrampicata, quando ho messo su famiglia, ma ho continuato a frequentare la montagna con occhio attento alle sue genti e al suo habitat.

Negli anni seguenti ho raccontato l’Alpe come giornalista e scrittore, continuando a percorrerla in silenzio, e più la percorrevo, più aumentava la mia insofferenza per certo alpinismo – ginnico, narciso e dunque infantile - che puntava all’estremo ignorando tutto ciò che circondava lo strapiombante itinerario verso la vetta. Tutto, a partire dagli uomini. Essi non vedevano l’agonia dei ghiacciai, l’inselvatichirsi del territorio, la desertificazione dei villaggi, la requisizione delle sorgenti, l’aggressione agli ultimi spazi vergini, la cementificazione degli altopiani, la costruzione di impianti di risalita nel cuore di parchi naturali. Non reagivano allo smantellamento del paesaggio che la nostra Costituzione ci impone di tutelare.

Nel 2003, l’anno della grande sete, ho monitorato le Alpi, in un affascinante viaggio di quattromila chilometri dal Golfo di Fiume fino alle Alpi Liguri. Ne ho tratto un racconto a puntate uscito in 23 puntate su “la Repubblica”, una pagina al giorno. Il Grande Male che ci mina dall’interno era visibile ovunque, nel prosciugamento dei fiumi. Mai nella storia d’Italia, erano stati così spaventosamente vuoti. Il loro simbolo era il Piave, teoricamente sacro alla Patria, ma praticamente ridotto a un rigagnolo, un greto allucinante spesso più alto delle stesse strade che lo costeggiano. Uno stupro perpetrato dalla stessa Enel che aveva ereditato il Vajont.

Non esiste in Europa un Paese con i fiumi nello stato pietoso di quelli italiani. Le nostre acque non mormorano più, sulle nostre valli scende una cortina di silenzio funebre di cui nessuno parla. La gravità della situazione non sta solo in quelle ghiaie allucinanti, ma nel fatto che pochissimi le notino, nel fatto che TUTTO attorno a noi – dalla pubblicità audiovisiva nelle stazioni alla dipendenza nazionale dai telefonini - è costruito perché non ci rendiamo conto del disastro e continuiamo a dormire sonni tranquilli fino a requisizione ultimata delle risorse superstiti.

L’opinione pubblica italiana dorme, sta a noi svegliarla. Sta a noi, innamorati della montagna, ricordare che l’Italia è malata e nonostante questo c’è chi vuole succhiarle le ultime risorse. Una notissima multinazionale dell’alimentazione sta apprestandosi a requisire le ultime fonti dell’Appennino tosco-emiliano; altre società hanno catturato le residue sorgenti libere della Val Tellina con la scusa di preservare una risorsa preziosa. Si inventano eufemismi per consentire gli espropri: per esempio “neve programmata”, per nobilitare quel salasso di fiumi moribondi che si chiama innevamento artificiale.

Si afferma che pompare acqua dai fiumi serve a sostenere l’economia della montagna e quindi a evitare lo spopolamento, ma tutti – anche i citrulli – sanno che quegli impianti affogano in deficit spaventosi che la mano pubblica, resa sensibile da opportune donazioni, sarà chiamata a coprire con i nostri soldi. E tutti, nel comparto, sono a conoscenza che più nessuno in Austria, Francia, Slovenia, Svizzera e altre nazioni montanare d’Europa, programma seggiovie a quote dove la neve non arriva se non episodicamente.

Ma la grande scoperta della mia vita di giornalista è stata l’Appennino, che ho percorso metro per metro nel 2006, dando vita a un’altra serie di reportage. Ho scoperto un arcipelago di meraviglie e una rete di uomini-eroi che si ostinano a resistere in quota perché hanno la lucida certezza che l’equilibrio del nostro Paese dipende dalle terre alte. Un’Italia minore, dimenticata dal potere, della quale temo che il nuovo federalismo in auge servirà solo a sdoganare il saccheggio.
Il simbolo di questa aggressività suicida del Paese verso la sua montagna l’ho visto incarnato nella pastorizia, massacrata di divieti e schiacciata da un’alleanza fra burocrati di provincia e una grande distribuzione che spaccia nei nostri negozi carne straniera senza nome e senza qualità. La pastorizia, cenerentola dimenticata, dopo essere stata per secoli inestimabile ricchezza del Paese.
Sempre più spesso capita che ai piccoli comuni spopolati e in bolletta si presentino emissari di grandi aziende che, in nome dell’equilibrio ambientale e altre cause nobili come l’abbattimento del CO2 o il salvataggio delle acque, propongano la costruzione di piccole o grandi centrali, come quella a biomasse che presto stravolgerà la parte più intatta dell’Appennino parmense. Senza più lo Stato alle spalle, questi Comuni non hanno più gli argomenti tecnici e la capacità contrattuale per dialogare alla pari con questi giganti danarosi, capaci di mettere a tacere qualsiasi resistenza. La montagna da sola non ce la fa a proteggersi. Anzi, talvolta è la peggior nemica di se stessa.

Per questo credo che, oggi nel Cai, il ruolo di sentinella dell’Alpe vada rivisto. Noi soci restiamo sentinelle, certo: sapendo però che il nemico non è più esterno alla frontiera, ma abita qui e si muove come vuole nella finanza, nell’economia e nella politica del Paese. Per batterlo serve un’alleanza fra città a provincia, alpinisti e montanari. Il Cai deve ritrovare lo spirito delle origini, laico e indipendente dell’Italia post-risorgimentale che partì alla scoperta di se stessa, monitorando, crittografando, esplorando con passione ogni angolo sperduto del territorio appena unificato. L’Italia è un Paese di montagna, e non voglio che diventi un’esausta colonia, a disposizione di poteri senza patria.

E verrà un giorno in cui i fiumi si svuoteranno, l’aria diverrà veleno, i villaggi saranno abbandonati come dopo una pestilenza, giorni in cui la neve e la pioggia smetteranno di cadere, gli uccelli migratori sbaglieranno stagione e gli orsi non andranno più in letargo. Verrà anche un tempo in cui gli uomini diverranno sordi a tutto questo, dimenticheranno l’erba, le piante e gli animali con cui sono vissuti per millenni.

Sembrano le piaghe d’Egitto. Invece è l’Italia di oggi. Pensate che uno ci dica tutto questo, un profeta solitario incontrato per strada. Gli daremo del matto? Oppure taceremo per la vergogna di ammettere che è già successo e di non aver fatto niente per impedirlo?

Paolo Rumiz
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Ecco un bell'esempio di cultura della devastazione.

giovedì 16 ottobre 2008

La foresta del Latemar distrutta dalle ruspe



Comunicato di Mountain Wilderness

Con un lavoro istituzionale ben concertato la Provincia Autonoma di Bolzano (si, la provincia che pretende di insegnare agli altri come si tutela l’ambiente), i comuni di Nova Levante (BZ) e Vigo di Fassa (TN), hanno orchestrato l’operazione dell’ assalto definitivo all’area di Carezza e Costalunga. Si è atteso che i turisti abbandonino il territorio e già con i primi di settembre decine di ruspe, trattori, boscaioli erano all’opera per incidere in modo selvaggio la foresta demaniale del Latemar, per costruire nuove piste di sci e nuovi impianti che aggrediscono sia il Latemar verso occidente che la Roda di Vael ed il Catinaccio ad Oriente.Si sta così distruggendo l’area cuscinetto del Latemar incidendo quindi nel territorio che doveva essere tutelato dall’UNESCO come Dolomiti Patrimonio naturale dell’umanità. La foresta ora è già sventrata e nella sola giornata di oggi il locale comitato ha raccolto oltre 1000 firme perché la Provincia intervenga a difendere questo straordinario patrimonio paesaggistico.La società Latemar Carezza Srl vuole costruire il “Carezza Ski King Of the Dolomites”, un nuovo carosello sciistico. Si tratta di un impianto con cabinovia a sei posti che sale il costone Rotschingher distruggendo 18 ettari di foresta che vanta legname pregiatissimo, e pascoli; la costruzione di ben tre piste, una nuova seggiovia che colleghi il rifugio Coronelle al Costalunga, un’altra che da Malga Moser porti al costone Rotschinger tra il rifugio Coronelle e il Paolina, arrivando a soli 80 metri dalle pareti del Catinaccio, alla base della Cima Sforcella e della Roda di Vael.E’ inoltre previsto un bacino di accumulo acqua per 100.000 mc con la messa in opera di 170 postazioni per cannoni da innevamento artificiale.Visto che un simile investimento deve rientrare economicamente si dovranno avere una media di 4 – 6000 sciatori al giorno, aumenterà il traffico in tutta l’area, si costruiranno nuovi enormi parcheggi a Nova, a Carezza e al passo di Costalunga, sarà costruito il campeggio di 12.000 mq al maso Angerle.Addio UNESCO, addio ad un paesaggio tenue e delicato, addio ad ogni sogno di coerenza da parte delle province autonome di Bolzano e di Trento. Chi di voi salirà in questi giorn i si prepari a rabbrividire davanti a tanto scempio. Comprenderete anche perché Bolzano, Trento e Reinhold Messner abbiano preteso di ridurre la tutela UNESCo alle sole rocce, al monumento fine a se stesso.
(vedere foto sul sito di MW)
Per Mountain Wilderness Luigi Casanova


L'inizio delle celebrazioni di Dolomiti Monumento del Mondo in provincia di Bolzano con l'avvio dei lavori per nuovi impianti a Carezza

Dopo aver confinato il Monumento del Mondo sulle rocce, ecco il primo atto della valorizzazione del monumento, condannato a rimanere come sfondo scenografico su cui stagliare le meraviglie tecnologiche degli impianti da sci del futuro.La società Latemar Carezza srl ha avviato i lavori di rilancio della stazione sciistica intorno a Passo Costalunga, tracciando un lungo squarcio nella secolare pecceta del Latemar e iniziando ad abbattere alberi lungo il tracciato di una nuova pista che scenderà dalla pendici della Roda di Vael. Dappertutto, lungo le strade tra Carezza e Passo Costalunga e tra Carezza e l'attuale impianto per il Rif. Fronza alle Coronelle, ci sono depositi di tombini in calcestruzzo e tubi per gli impianti di innevamento artificiale, marcati Techno Alpin (azienda leader nel settore). Il progetto prevede infatti la posa dell'incredibile numero di 170 cannoni, che dovrebbero produrre un particolare manto candido chiamato “Neve Armani”. Il tutto si capisce con uno spreco incredibile di risorse idriche ed un costo energetico ignoto ma, presumibilmente, altissimo. Ai quattro bacini già esistenti si andrebbe ad aggiungersi un lago artificiale di circa 2 ha per 100.000 metri cubi di acqua, ovviamente da pompare in quota per chilometri e molte centinaia di metri di dislivello. Non ci sono parole di fronte a questo ennesimo scempio di un territorio leggendario, già abbondantemente sacrificato ed addomesticato. La passeggiata che ho fatto, nel tempo variabile ed uggioso di domenica, partendo dall'ancora bel Lago di Carezza (nonostante i troppi turisti) per risalire la foresta demaniale del Latemar fino al caotico mondo minerale del Labyrinth è servita a rilassarmi ma non a confortarmi. Non c'è limite al peggio e alla proliferazione delle brutture sulle nostre montagne. Come scriveva l'indimenticato Antonio Cederna abbiamo i vandali in casa. Nostro dovere è continuare a denunciarne l'opera scellerata e provare ad opporci. É duro ma è impossibile girarsi dall'altra parte. Altrimenti Mountain Wilderness non avrebbe più senso di esistere.
8 settembre 2008, Stefano Mayr

lunedì 14 gennaio 2008

Devastazione



Piccolo Cervino pulito. Basta alle infrastutturazioni delle montagne.
di Mountain Wilderness

Chi mai si sognerebbe di imporre alla cupola del Brunelleschi una qualche antenna radio, o di trasformarla in un ristorante rotante che spazi sulla città di Firenze? Una persona dotata di un minimo di sensibilità civile e culturale nemmeno riuscirebbe a pensare un simile sacrilegio.

La società dello spettacolo, il turismo del sensazionale, la volontà di conquista sempre più diffusa, la necessità di strabiliare invece non offre simile sensibilità nei confronti dei monumenti naturali, men che meno verso le montagne simbolo delle nostre Alpi.
Dalla Svizzera, in particolare da Zermatt è arrivata una notizia allarmante, incredibile: si vuole costruire sul Klein Matterhorn - Piccolo Cervino, sopra una grande piattaforma, una enorme torre, alta 117 metri, visibile da tutte le Alpi, dotata di ristorante, albergo, centro commerciale e servizi di ogni tipo, raggiungibile con una nuova potenziata ardita funivia (nell'immagine sopra una ricostruzione grafica del progetto). Una torre che permetterebbe di spaziare sui ghiacciai sottostanti e che costruirebbe una nuova nicchia del turismo speculativo.
Si dice che il progetto debba creare magia, portare anche alla Svizzera la sua Torre Eiffel, un simbolo internazionale che aggiungerebbe alle Alpi un nuovo 4.000 metri.
Mountain Wilderness ritiene che qualora realizzata una simile struttura distruggerebbe in modo irrecuperabile la magia del gruppo del Cervino, aggiungerebbe alle Alpi una nuova offesa e umiliazione paragonabile per gravità a quella esistente sul Monte Bianco con la grande funivia dei ghiacciai dell’Aiguille du Midi. Le Alpi verrebbero calpestate da una struttura che violerebbe ogni etica, ogni valore che l’uomo in secoli di frequentazione della montagna ha faticosamente costruito.

L’Associazione affronterà questo insano progetto portandolo a conoscenza e quindi all’attenzione di tutto l’associazionismo alpinistico ed escursionistico affinché si articoli un movimento di opposizione internazionale che impedisca la realizzazione di questo nuovo mostro d’alta quota, perché si rafforzi nella società civile una cultura che sappia riconoscere e ritrovare nelle nostre montagne quei valori che la società dei consumi sta rapidamente cancellando, perché le Alpi rimangano uno spazio all’interno del quale l’uomo possa ritrovare momenti di intimità e rivivere esperienze che la vita quotidiana con sempre maggiore frequenza sta cancellando.
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Come se non bastassero i tralicci delle funivie (foto sotto). Seguitiamo ad uccidere la bellezza, che è vista nel migliore dei casi come ramo secco, improduttivo, della catena di produzione dei guadagni, della grande macchina del divertimento che sta trasformando l'ambiente, e la montagna in particolare, in un gigantesco luna park per bambini un pò cresciuti. Poi, quando tutto sarà devastato, non resterà che rifugiarci nel virtuale. Bella prospettiva, no?


mercoledì 12 dicembre 2007

Motoslitte, e altre molestie




Mountain Wilderness e altre associazioni ecologiste stanno cercando da anni di combattere la piaga delle motoslitte che infestano le montagne in inverno.
Diciamo subito -ahimé- che è l'ennesima battaglia donchisciottesca di chi crede ancora nel valore assoluto della bellezza del paesaggio e del silenzio come condizione essenziale al suo godimento; valori che, certo, non sono monetizzabili nell'immediato, ma che -a mio parere- vanno egualmente tutelati a vantaggio di chiunque "usufruisce" di un ambiente naturale, peraltro estremamente fragile come è la montagna (ma non solo, ovvio). L'obiezione che si fa di solito è quella della "libertà" di chi vuole divertirsi e non vuole vincoli, e la rsposta che si da di solito è quella ovvia che la libertà di uno finisce dove comincia quella degli altri ("io stando in silenzio non rompo a nessuno, tu si, con tutta la caciara che fa la tua motoslitta, o il tuo suv" eccetera). Solo ideologia contro pragmatismo esasperato e cinico?
Non se ne esce fuori, forse, se non considerando che l'ambiente non è una risorsa illimitata, che certi danni arrecati all'ambiente per essere 'riparati' richiedono un tempo lunghissimo, e che alla lunga depauperare il paesaggio alla fine arreca danni anche all'economia delle regioni interessate, in quanto taglia le gambe a una parte non trascurabile di attività turistica, cioé a quelli che vanno in montagna (al mare, sul lago, in campagna, in collina...) ma per camminare, per respirare aria "pura", per rilassarsi e non per fare esclusivamente pratica sportiva.
Per quanto riguarda la montagna come ambiente naturale, nello specifico, già la stagione invernale è un periodo difficile: tra devastanti impianti di risalita, innevamento artificiale (qualcuno ha idea di quanta acqua necessita innevare anche solo una pista con pochi centimetri?), traffico e -appunto- "sport molesti" come la motoslitta.
Ma al di la dei discorsi sull'ecologia: perché, in definitiva, andare in ferie per ritrovare riprodotte nel luogo di villeggiatura le stesse cause di stress di tutti i giorni?