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lunedì 11 aprile 2011

Ho visto la Terra! E’ così bella!


di Davide De Martin, da Coelum.com


Il 12 aprile 2011 saranno passati 50 anni da quella mattina del 1961 in cui la Tass diede l’annuncio del volo di Gagarin. Quello che segue è l’articolo pubblicato 10 anni fa, su su Coelum n. 40, in occasione del 40° anniversario dell’impresa. Il sito ufficiale della Yuri’s Night: http://yurisnight.net/


Mattina del 12 aprile 1961, ore 7:05. Adesso che è arrivato sulla cima riesce a vedere la pianura che si stende tutt’intorno. Sotto, l’enorme spiazzo di cemento sgombro e sopra il cielo terso e azzurro, reso abbagliante dal Sole del mattino. Alza la testa, per vedere se c’è un “lassù”, un punto, un luogo di cui possa dire è proprio lì che sto andando. Ma lassù c’è solo un oceano indistinto. Una porta di luce, gli viene da pensare. Riuscirò ad attraversarla? E dopo? C’è poco tempo, un tecnico controlla ancora il suo equipaggiamento, e decide per lui che è venuto il momento di entrare, di adagiarsi sul sedile. Altri uomini, che pure conosce e che ora gli sembrano stranamente distanti, come se appartenessero ormai ad una vita non sua, controllano cinture, strumentazione, contatti e frequenze radio, prese d’ossigeno, comandi. Infine si ritirano con un gesto di saluto, e il portellone si chiude lasciandolo solo. Mancano ancora molti minuti alla partenza. Forse gli ultimi della sua vita, chi potrebbe dirlo? Comunque pochi per pensare a qualcosa di diverso dall’ossessiva ripetizione di quanto deve fare, e soprattutto sentire. Perchè il razzo sotto di lui è una cosa talmente viva che non c’è soffio o tremito che non possa essere interpretato come un segno “buono” o “cattivo”. Resta in ascolto, e torna ancora… quella sgradevole impressione di non essere altro, in fondo, che un sensore, un testimone; non più efficiente o consapevole di quanto furono Zhuchka o gli sfortunati Bars e Lisichka (Zhuchka è il nome russo di Laika; Bars e Lisichka sono due cani che perirono il 28 luglio 1960 nell’esplosione di uno stadio della loro Vostok subito dopo il lift-off).


Gli torna alla mente il “barattolo di conserva”: un locale da dove l’aria veniva aspirata gradatamente per simulare l’ambiente delle grandi altezze. E il giorno in cui ad uno di loro, quando le condizioni simulate erano quelle dei 21 mila metri di quota, era stato ordinato di togliere un guanto: la mano prese a gonfiarsi per il gas che premeva sotto la pelle. E la “camera del silenzio”, una cella completamente isolata dall’esterno, costruita in modo che anche qualsiasi rumore generato al suo interno venisse “assorbito” dalle pareti; dentro era impossibile persino sentire il proprio respiro, che veniva inghiottito dal nulla. Lì era stato rinchiuso per 24 ore, senza luce, senza radio, senza conoscere il tempo trascorso da quando la porta si era chiusa e senza sapere quanto ne sarebbe mancato prima di vederla riaprire. L’oppressione di quel silenzio avrebbe spezzato i nervi a chiunque. E poi l’esperienza opposta, la “camera dei rumori”, dove si era bombardati da ogni sorta di suono, fino a quello continuo e insopportabile prodotto da un motore a reazione, capace di portare chiunque alle soglie della follia. Infine la centrifuga, dove in pochi secondi ti trovi a 13 g, e mentre pesi quanto un’automobile il tuo sedile viene ruotato, capovolto, fatto sussultare; e tu devi continuare a manovrare leve, premere pulsanti, leggere strumenti e a comunicare con gli assistenti…


La voce di Korolev via radio cancella i ricordi, ormai manca poco. Gli ordinano di sistemare la frequenza, di controllare la pressione all’interno della tuta e dell’abitacolo, di verificare vari parametri relativi ai motori ed ai serbatoi di propellente. Tutto è secondo la norma. Parte il conteggio alla rovescia, e a lui non resta che fissare le poche spie luminose del pannello comando, sperando che la più grande, di un intenso colore rosso non si illumini – segno che qualcosa non sta andando come dovrebbe. Se si mettesse a brillare non gli resterebbe che tirare la “leva dei paurosi”, per essere scaraventato lontano prima di scendere appeso ad un paracadute. La spia rossa rimane muta ed il rumore dei motori si fa sempre più forte. Stringe i denti, e nel delirio del momento “vede” distintamente la rampa di lancio invasa dal fumo, e Valya nella tribuna che stringe i pugni e non vuole guardare. Zaria (Zaria è l’identificativo radio della base di Baikonur mentre Kedr è il nome in codice del cosmonauta): accensione! Kedr: ricevuto, accensione. Arrivederci a presto amici miei. Il rombo diviene assordante, il missile è scosso da un lungo tremito e un’accecante lingua di fuoco si accende alla base. Con una lentezza assurda, si solleva dal cemento, mentre l’incastellatura metallica che lo aveva imprigionato fino ad un istante prima si apre come un fiore.


L’orologio a bordo indica le 9:07, comincia la lunga litania delle comunicazioni. Zaria: Kedr, mi ricevi? 70 secondi dopo il lancio. Kedr: Ricevuto, mi sento bene. Zaria: la velocità va bene, come vi sentite? Kedr: bene, le vibrazioni e il rumore sono accettabili. Proseguo il volo. Zaria: sembra tutto in ordine. Kedr: il primo stadio si è spento,le vibrazioni diminuiscono, il secondo è in azione. Ho avvertito bene il distacco. 09:10 Zaria: il cono di testa si è staccato, tutto bene? Kedr: il cono si è aperto, riesco a vedere la Terra, sì la distinguo bene. Il rumore è aumentato un po’. Mi sento alla perfezione, il morale è alto. 09:11 Zaria: bravo, perfetto, va tutto bene! Kedr: vedo dei fiumi. Distinguo bene le pieghe del terreno,la visibilità è buona. Le vibrazioni aumentano, ma è sopportabile. Distinguo delle zone innevate, una foresta, vedo anche delle nuvole. Piccoli cumuli e le loro ombre sul terreno. E’ bello, è davvero bello. 09:12 Kedr: il secondo stadio si è spento. Zaria: tutto come previsto. Ultimo stadio. Kedr: il volo prosegue senza problemi, il terzo stadio è in funzione. Riesco a vedere l’orizzonte della Terra.


La Vostok perde come previsto il contatto radio con Baikonur e viene rilevata da una stazione della Kamtchatka, da dove parla Alexej Leonov (Zaria 2). Ore 09:18:07, sulla verticale della città siberiana di Outchoumi la nave si separa dal terzo stadio. Gagarin si trova ora in stato d’imponderabilità: il primo volo orbitale umano della storia inizia in questo momento. Zaria 2: Kedr, mi ricevi Kedr: vi sento bene, e voi? Vedo l’orizzonte della Terra, il cielo è nero ma le stelle non sono visibili. 09:33 Kedr: entro ora nell’ombra della terra, non vedo più niente. 09:42 Kedr: mi sento bene qui nell’ombra. Sto ascoltando “Le barche del fiume Amur” (la nota canzone popolare russa viene trasmessa dalla stazione di Khabarovsk). Le trasmissioni con Zaria 2 s’interrompono, e proseguono con Vesna, sistema di trasmissione a lunga distanza. 09:53 Vesna: il volo è regolare, siete sull’orbita prevista. 09:57 Kedr: il morale è alto, adesso mi trovo sopra l’America Vesna: ricevuto. 10:04 Kedr: mi trovo ancora nell’ombra. L’umidità nella capsula è del 65%, la temperatura di 20°C. 10:06 Kedr: l’orizzonte è magnifico. Adesso vedo anche una stella! Attraversa l’oblò da sinistra a destra, e… come corre la piccola stella… Se ne va… se ne va… 10:09 Kedr: attenzione, attenzione! Sono uscito dall’ombra! Vedo apparire il Sole e sto sorvolando l’oceano. E’ entrato di nuovo in funzione il dispositivo per l’orientamento solare della nave. 10:24 Kedr: Vesna, qui Kedr. Il volo prosegue con successo, tutti i sistemi funzionano. Vesna: ricevuto! Alle 10:25 si accendono i razzi di frenata, e 10 minuti più tardi la Vostok s’immerge negli strati alti dell’atmosfera.


Nel Quartiere Generale del gruppo di recupero, a Kouibychev, il generale Andrei Trofimovitch verifica un’ultima volta i dati di rientro per determinare il punto esatto del rientro a terra. La regione è stata divisa in settori, ciascuno sorvegliato da squadre di specialisti muniti di radiogoniometro. Vengono allertati reparti di elicotteri, aerei e mezzi terrestri di ogni tipo, pronti a muovere su ogni tipo di terreno. Un gruppo, condotto dal generale Agaltsov con i cosmonauti Kamanine e Titov lascia l’aerodromo di Baikonur diretto a Kouibychev, quando viene raggiunto dalla notizia: La nave spaziale si è posata alle ore 10:55 presso il villaggio di Smelovka, a 23 km da Saratov. A bordo dell’Antonov esplode l’entusiasmo. Gagarin ha infatti da poco preso terra davanti gli occhi spaventati di una contadina accompagnata dalla figlioletta: - Giovanotto, non verrete mica dallo spazio? - Certo che sì! é la risposta di Gagarin. Ma già arrivano camion di soldati, che lo aiutano a liberarsi dalla tuta e prendono in consegna la capsula. Qualche minuto dopo atterra anche un elicottero. Ne discende il commissario sportivo Ivan Borissenko, che conformemente alle regole della Federazione Aeronautica Internazionale registra i seguenti record:


- Primo volo umano nello spazio; - Altitudine (327 km); - Tempo di volo orbitale (108 minuti); - Peso della capsula spaziale (4725 kg). Solo dopo parecchi anni l’Unione Sovietica ammetterà che una delle regole, quella che subordina l’omologazione al rientro del pilota all’interno della navicella era stata violata. Per maggior sicurezza, Gagarin aveva infatti abbandonato la capsula a un’altezza di 7000 metri, scendendo separatamente con il suo paracadute.


Verso le 16:00 un aereo con a bordo Gagarin atterra a Kouibychev, dove il primo cosmonauta rilascia la prima intervista ad un giornalista della Pravda: - Com’era il cielo lassù? - Nero, compagno, molto nero. - E la Terra, come l’avete vista? - La Terra è di colore azzurro. Quando ho sorvolato l’America del Sud e l’Africa ho visto dei grandi laghi… Un paesaggio meraviglioso… Il giorno seguente parte per Mosca, dove da là a poco riceverà le più straordinarie accoglienze mai riservate fino ad allora ad un essere umano.



L’intervista Dal settimanale “L’Europeo” (1961). «Stavo facendo l’addestramento sui Mig quando sapemmo che era stato lanciato il primo Sputnik… ne ascoltavamo i segnali, e quella “voce” che veniva dallo spazio mi stordiva. Pensavo che un giorno anche gli uomini sarebbero arrivati all’altezza dove adesso c’era quella cosa pesante 75 chili. Pensavo anche che certamente ci sarebbero voluti dei giovani per quel volo. Io, forse, sarei diventato troppo vecchio. Ma l’arruolamento per le imprese spaziali cominciò presto; mi feci avanti. Prima di tutto dovevo dimostrare d’avere molta salute. C’era da passare una visita medica severissima. Non chiedetemi che cosa guardano più attentamente i medici in quelle visite, se il cuore, i polmoni, il sistema nervoso. Io so che mi hanno tenuto in osservazione per giorni e giorni. Mi dissero finalmente che la mia salute era perfetta; la preparazione sarebbe cominciata subito. » «La prima regola durante la preparazione stessa è quella di non perdere mai gli orari. Bisogna andare a letto ad una certa ora, né prima, né dopo; bisogna svegliarsi e mettersi in movimento dopo aver dormito bene ed a sufficienza. Alla mattina si fa molta ginnastica; durante l’inverno si scia, nella buona stagione si corre. Poi si fanno dei tuffi da grandi altezze, un poco come nell’allenamento dei paracadutisti: tutti i piloti spaziali debbono avere il brevetto di paracadutista. Questo, per la vita all’aperto. In laboratorio si abitua invece l’organismo a sopportare sia lunghi movimenti rotatori, sia l’azione delle forze centrifughe.


Poi, si studiano molte cose: biologia, astrofisica, radiotelegrafia. I limiti d’età sono molto rigorosi, non meno di vent’anni, non più di trenta. No, non ha importanza né in un senso, né nell’altro, essere sposati o scapoli. Chi è sposato ha una certa libertà, può tornare a casa abbastanza spesso: naturalmente sta alla coscienza di ciascuno rispettare anche fuori del campo d’addestramento una regola di vita seria. Prima io fumavo e bevevo qualche volta un bicchiere di vodka o di cognac. Ho smesso di colpo, appena arruolato.» « Non potevo sapere nemmeno io, fino all’ultimo momento, se avrei fatto il volo. Eravamo stati scelti in 15. Uno di noi sarebbe stato lanciato, gli altri sarebbero rimasti a terra. Tutto sarebbe dipeso dal nostro stato di salute. La sera dell’11 aprile, il comandante ci fece chiamare. “Domani è la giornata”, disse. “Uno di voi partirà. Ancora non posso dirvi chi. Vedremo domattina. Adesso dovete fare una sola cosa: andare a dormire e cercare di riposare, riposare molto e bene.” All’improvviso mi sentii calmo, calmissimo. Era come se la cosa non mi riguardasse, anche se avrei dato tutto, pur di essere io a fare il volo. Andai a letto assai presto. Sono sicuro d’aver dormito dieci ore. No, il sonno non mi si è rotto neppure per un istante; credo d’essermi svegliato nella stessa, precisa posizione nella quale mi ero assopito. Anzi, se non ci fossero stati dei rumori, forse avrei continuato a dormire.


Quando aprii gli occhi, vidi che i miei compagni erano in movimento già da un pezzo. Mi sentivo bene, molto bene. Ero fresco, allegro come se avessi dovuto andare a pescare e non fare quella cosa, quella corsa nel cosmodromo.» « Contava quello che avrebbero detto i medici. Fummo visitati uno per uno. I medici sapevano quanto era grave il giudizio che dovevano dare, erano molto preoccupati. Vidi entrare qualcuno dei miei compagni nel laboratori, poi toccò a me. Fu una visita assai più severa di tutte le altre che avevo passate negli ultimi tempi. “Basta”, disse il capo dei medici, ad un certo punto. “Puoi andare.” Le stesse parole erano state dette a quelli visitati prima di me, le stesse furono ripetute a quelli che vennero dopo. Alla fine vennero fatti 5 nomi; fra questi c’era anche il mio. Il comandante disse: “Il volo verrà compiuto da uno di voi cinque. Andate a prepararvi: equipaggiamento completo, come se doveste partire tutti”.» «Ci trovammo davanti alla Vostok dopo un quarto d’ora. Era una bella mattina, limpida, tirava soltanto un filo leggero di vento.


Il Vostok era a pochi passi. Ormai lo conoscevo a memoria, di fuori e di dentro, ma mi parve come nuovo. Attorno alla macchina c’erano uomini che andavano e venivano. Voi sapete quante cose si fanno per la partenza d’un aeroplano, immaginate quello che può accadere per il lancio di un’astronave. Continuavo ad essere calmo… vedemmo di nuovo i medici, e di nuovo ci visitarono. Dopo la visita ci separarono: tre di qua, io e un altro di là. Capii che il problema si riduceva a scegliere uno di noi due. “Mettetevi il casco”, disse il comandante. “Avanti, Yuri Alekseyevich, sali.”» « Avete visto com’è fatta la parte più bassa della macchina già pronta sulla rampa. Per salire c’è una scala di quindici gradini, di ghisa. La scala ha una doppia ringhiera: io, però, non mi appoggiai. In cima alla scala, lo specialista delle tute spaziali guardò il mio equipaggiamento, sistemò due cinghie che non erano abbastanza tirate, poi mi fece cenno che tutto andava bene. Mi voltai a salutare ed entrai nell’ascensore che porta alla cabina. L’ascensore si mosse, avanzò lentamente verso l’alto, sentivo il cigolare delle corde che lo tiravano. Qualche istante, ed ero davanti alla cabina, aperta. Entrai e subito sentii il comandante che diceva: “Scendi, Yuri Alekseyevich. Adesso voglio vedere il tuo compagno.”» « Era stata una prova, l’ultima. Il mio compagno salì come avevo fatto io, tornò indietro, poi salimmo e scendemmo altre volte, ed alla fine il comandante ci consegnò ancora ai medici. Il mio compagno ed io, dopo una nuova visita, aspettammo. Ci eravamo tolti il casco, ma né lui, né io parlavamo. Il comandante si avvicinò ai medici: discutevano, ma a bassa voce, non afferrai nemmeno il senso di quello che dicevano. Passarono così cinque o sei minuti, poi il comandante venne verso di noi. “Yuri Alekseyevich “, disse, “parti: sei stato scelto tu.” Se mai ero stato in ansia, in quel momento tutto finì. Era come se avessi saputo da sempre che sarei stato io il primo a volare nello spazio…»



E’ stato davvero il primo? Ufficialmente, Yuri Gagarin è stato il primo uomo a volare nello spazio. Ma è proprio così, oppure più modestamente è stato il primo uomo a tornare vivo dallo spazio? Non pretendiamo certamente di poter rispondere a questa domanda. Certo è che già prima del volo di Gagarin le voci del lancio di uomini nello spazio non mancavano. Ecco, per esempio, cosa scriveva in prima pagina il quotidiano “Il Mattino” di domenica 25 settembre 1960. Gli esperimenti spaziali Un astronauta russo sarebbe già in orbita Secondo altre voci il tentativo sarebbe fallito e due astronauti sarebbero morti Londra, 24 settembre 1960 «I russi devono essere in procinto di tentare qualche prodigiosa impresa spaziale. Ho già detto che non sarei sorpreso se i russi tentassero, prima della fine dell’anno, di porre un uomo nello spazio». Ciò è quanto ha dichiarato oggi il professor Bernard Lovell, direttore dell’osservatorio radio-astronomico di Jodrell Bank.


Il professor Lovell ha, tuttavia, aggiunto di non essere in possesso di alcuna informazione seria la quale permetta di credere che i russi hanno già lanciato un uomo nello spazio. Si può ragionevolmente ritenere, ha precisato il professor Lovell, che i russi siano sul punto di tentare di ottenere i tre prossimi trionfi nel campo delle ricerche spaziali: porre in orbita un capsula contente un uomo, un «allunaggio» in dolcezza, e l’inizio dell’esplorazione planetaria. L’annuncio di Radio Mosca secondo cui la Russia scriverà, giovedì prossimo, «una pagina nella storia del mondo» ha dato origine a Londra a supposizioni contrastanti. Mentre un portavoce della BBC ha dichiarato che il comunicato della radio sovietica non ha nulla a che fare con il lancio dell’uomo nello spazio, un giornale del pomeriggio, l’Evening Standard, scrive: «L’uomo è ora probabilmente il orbita.»


Il portavoce della BBC, spiegando la sua tesi ha detto: «Il 27 settembre del 1935 era stato scritto un libro dal titolo «Il mondo oggi» che si proponeva di dare un quadro di cosa stava succedendo in ogni parte della Terra in quel particolare giorno. Ora, il 27 settembre 1960, 25 anni più tardi, il quotidiano sovietico Iszvestia si appresta a fare la stessa cosa». Il corrispondente scientifico dello «Standard», dal canto suo, spiega che gli scienziati sono convinti che nelle prossime 72 ore potrebbe essere fatto un tentativo per riportare sulla Terra un astronauta sovietico. L’uomo sarebbe, quindi, già in orbita. Pubblicando le fotografie dei due astronauti sovietici, il giornale si domanda: «L’uomo nello spazio è Gennady, oppure è Alexei?». Sotto le fotografie si leggono le seguenti didascalie: «Se i russi hanno messo un uomo in orbita, questi potrebbe essere Gennady Mikhallov. Egli è uno dei sei russi sottoposti a continui esperimenti nel centro medico di ricerche spaziali nel lago di Aral». Nella seconda si legge: «Alexei Belcukonev fa parte anche lui della squadra dei sei piloti del centro di ricerche spaziali russo. Si conoscono anche i nomi di altri tre piloti; essi sono: Alexei Grachev, Ivan Kachur ed A.N. Icshak». Sempre secondo il giornale, poichè la Russia è senz’altro in grado di lanciare un uomo in orbita nello spazio e di farlo ritornare tra noi, questo sarebbe ora il momento più adatto per tentare un esperimento di maggior importanza ed ancor più strabiliante: il lancio di un uomo sulla Luna. Il prestigio di Kruscev, che attualmente è sulla scena dell’assemblea generale dell’ONU, se ne avvantaggerebbe.


E’ probabile, quindi, che il significato dell’annuncio di Radio Mosca sia quello di anticipare che giovedì verrà data al mondo la notizia che un satellite è giunto sulla Luna. E' noto, secondo quanto dicono gli scienziati, che per giungere sulla Luna occorrono fra le 60 e le 70 ore. E’, quindi, probabile che, dopo aver effettuato il lancio questa mattina con risultati soddisfacenti, Radio Mosca abbia dato una anticipazione di quella che sarà la grande rivelazione di giovedì. Questa mattina, invece, un consulente medico del centro di ricerche spaziali di Washington ha dichiarato che l’esperimento sovietico di mandare due uomini nello spazio è fallito e che nel tentativo i due astronauti hanno trovato la morte.


Yuri Alekseyevich Gagarin nacque il 9 marzo 1934 nei pressi di Gzhatsk, nella campagna a ovest di Mosca, e crebbe nella tenuta dove il padre lavorava come carpentiere. Yuri frequentò una scuola tecnica alla periferia di Mosca dove, nel 1951, si diplomò in metallurgia prima di iscriversi all’Università per continuare gli studi tecnici. Nel contempo iniziò ad interessarsi di aeronautica e si iscrisse alla locale scuola di volo. Molto presto fu chiaro che il giovane Yuri aveva un naturale talento per il volo e, dopo la laurea nel 1955, si unì alla Scuola di Aviazione Sovietica di Orenburg, dove si diplomò nel 1957.


L’abilità di Gagarin come pilota era di gran lunga superiore al normale, tanto che presto iniziò a lavorare come pilota collaudatore, volando su diversi nuovi aerei sperimentali. Dopo aver manifestato ai suoi superiori la volontà di diventare un cosmonauta, fu scelto per entrare nello speciale gruppo dei migliori piloti collaudatori dell’Unione Sovietica. Iniziò così un severissimo periodo di addestramento durante il quale ottenne i massimi risultati. I suoi istruttori lo descrivevano come un uomo sempre sicuro delle sue risorse, imperturbabile. Spiccava fra i suoi colleghi grazie alla sua operatività, la mente brillante e la sua prontezza. Il 12 aprile 1961, all’età di 27 anni, Gagarin lasciò la Terra partendo dal Cosmodromo di Baikonur. Erano le 9.07 ora di Mosca (le 7.07 del meridiano di Roma); dopo 108 minuti faceva ritorno sulla Terra. Il periodo orbitale del suo volo era di 89 minuti e 34 secondi, la massima altezza raggiunta 327 km e la massima velocità 28 260 chilometri orari. Il veicolo utilizzato da Yuri Gagarin era il Vostok 1, costituito da un piccolo modulo di discesa sferico avente un diametro di 2,3 metri. Il modulo era montato sulla cima di un modulo contenente il sistema propulsivo. Entrambi i moduli pesavano meno di 5 tonnellate al lancio. Il cosmonauta era assicurato ad un seggiolino eiettabile, per mezzo del quale uscì dal modulo di discesa poco dopo il rientro in atmosfera.


La Vostok 1 era montata sulla variante SL-3 del razzo SS-6 Sapwood, lungo 38,36 metri e pesante al momento del lancio 287 tonnellate. Si trattava di un veicolo a tre stadi, il primo dei quali utilizzava quattro motori RD-107 che fornivano ciascuno 102 000 kg di spinta. Durante il volo della Vostok 1, Gagarin non aveva il controllo del veicolo. Questo perché si temeva per le reazioni del fisico e della mente in condizioni di assenza di peso. I russi volevano evitare di correre il rischio che il cosmonauta perdesse il controllo di sé mentre si trovava nello spazio, mettendo in pericolo sé stesso e la missione. Esisteva comunque una chiave che avrebbe consentito al cosmonauta di prendere il controllo del mezzo in caso di emergenza o malfunzionamenti.


La Vostok portava a bordo cibo, acqua ed ossigeno sufficienti per circa dieci giorni; nel caso il retrorazzo non avesse funzionato, in virtù dell’orbita scelta, la nave sarebbe rientrata in maniera naturale in atmosfera durante questo periodo di tempo, e il pilota avrebbe fatto comunque rientro nel suo mondo natale. Gagarin però non incontrò alcun problema. La Vostok non era in grado di posarsi dolcemente al suolo e qualsiasi essere umano che avesse protratto la sua permanenza a bordo fino al momento del touch down sarebbe perito nell’impatto. Gagarin quindi dovette eiettarsi ad un altitudine di circa 7000 metri, dove la temperatura dell’aria è di circa –30°C. Sebbene il cosmonauta indossasse una tuta spaziale in grado di garantirgli comfort termico anche a quella temperatura, Yuri decise di godersi un po’ di caduta libera prima di aprire il suo paracadute e posarsi al suolo, sano e salvo. La notizia del volo nello spazio di Yuri Gagarin fece immediatamente il giro del mondo, e il nome di Gagarin divenne universalmente noto. Il giorno stesso della sua impresa, ricevette le congratulazione del leader sovietico Nikita Chrushev, che successivamente lo onorò del titolo ufficiale di Eroe dell’Unione Sovietica. Morì sette anni più tardi, il 7 marzo 1968, a 34 anni, in un incidente capitatogli durante un volo di routine, mentre collaudava un MIG-15.

venerdì 11 luglio 2008

gli Dei

Mercurio




Venere




(voi siete qui)




Marte




Giove




Saturno




Urano




Nettuno




Plutone

sabato 31 maggio 2008

Quarto pianeta



Dunque, secondo gli scienziati non ci può essere vita su Marte, l'acqua che esisteva un tempo sulla sua superficie, nei suoi mari, era troppo salata per poter contenere forme di vita.
Nei secoli vi abbiamo scorto canali e città, poi
facce gigantesche, infine sirenette al sole; ma niente di tutto questo, e nemmeno -pare a tutt'oggi- batteri o microbi. Troppo sale.

Quindi niente città di cristallo, niente sfere di fuoco, niente enigmatiche maschere argentate e manicomi dove i 'pazienti' animano col fiato piccole figure fluorescenti.
Niente Yll e Ylla nella loro villa porticata nella pianura riarsa dal Sole, lei che sogna -desiderandoli- strani esseri dalla pelle bianca che arivano su un razzo argentato dal terzo pianeta, e lui che risponde -roso dalla gelosia- che non può essere, perché secondo gli scienziati non ci può essere vita sul terzo pianeta, troppo ossigeno nell’aria…

La prossima volta che ri-leggerò
Cronache Marziane credo che mi metterò a piangere…

QB



immagine in apertura: "Ylla", Marc Hempel

martedì 18 marzo 2008

Il brutto anatroccolo - sci-fi version



Il brutto anatroccolo
da Astronomia.com

Come era stato bello il periodo in cui l’enorme nebulosa aveva cominciato ad agitarsi e si erano formati al suo interno nuclei ad alta densità che avrebbero dato origine a centinaia di stelle. Sarebbe stata una di quelle e, ovunque guardasse, vedeva altre condensazioni simili a lei. Anche se era passato moltissimo tempo da quando la nebulosa era stata espulsa dall’esplosione di una supernova, ognuna di loro SAPEVA benissimo quale sarebbe stata la propria evoluzione e restava in trepida attesa di ripetere il ciclo di morte e nascita di una stella. Per milioni e milioni di anni avevano aspettato che la nube ricominciasse a vivere ed ora finalmente toccava a loro. Sentiva che il gas si contraeva e collassava verso il centro. Che emozione sentirlo ruotare ad alta velocità, avvertire la sua temperatura salire. Già pensava a quando il calore sarebbe stato abbastanza alto e la pressione sufficiente per cominciare a trasformare il suo idrogeno in elio e produrre l’energia necessaria a competere con la gravità che tendeva a schiacciarla. Che momento eccezionale sarebbe stato quello del raggiungimento dell’equilibrio tra le due forze in gioco: quella che tendeva a schiacciarla e quella creata dalla fusione dell’idrogeno che tendeva a dilatarla. A quel punto il suo motore sarebbe stato a regime e avrebbe continuato a funzionare per milioni o miliardi di anni.

Tutto ovviamente dipendeva da quanto era grande la massa di gas che aveva cominciato a contrarsi e da cui stava nascendo. Questo non lo poteva sapere, ma gli sembrava di essere enorme, sebbene non gigantesca come quella subito alla sua destra. In fondo era una grande fortuna. Quelle troppo grandi si sarebbero consumate in fretta e sarebbero esplose nel giro di pochi milioni di anni. Lei, invece, poteva probabilmente vivere per miliardi di anni e fornire luce e calore tutt’attorno. Forse avrebbe avuto anche dei pianeti tutti SUOI. Già si vedeva circondata da un bellissimo corteo di sudditi planetari che dipendevano completamente da lei. Che bello essere una stella! Non vedeva l’ora che la vita scattasse. Le sembrava ormai di essere caldissima e di poter cominciare da un momento all’altro a fondere il suo idrogeno. Poi si accorgeva che ancora non succedeva niente. Pazienza, non doveva avere fretta. Vide molte stelle iniziare a bruciare intorno, ma si disse: ”sono le giganti, prima cominciano e meno vivono, meglio aspettare”.

Cominciò ad agitarsi quando il numero di stelle già formate crebbe sempre di più e ormai quasi tutte le concentrazioni di gas, dapprima scure come lei, stavano ormai brillando per l’accensione del loro motore.

E lei? Perché non riusciva ad iniziare la sua tanto agognata vita di stella? Poi, mentre l’angoscia era diventata quasi insopportabile, ecco i primi bagliori di luce. Finalmente! Si sentì bellissima ed importantissima. Ma la gioia durò poco. Si accorse in fretta che stava solo bruciando il deuterio ed il litio e che li avrebbe consumati molto lentamente. Ma niente accadeva al suo idrogeno più semplice. Rimaneva inerte. Forse era troppo piccola. Oh no! Questo voleva dire una vita pressoché eterna, ma senza potere mai competere con le sue compagne. Aveva quasi paura di dire quella parola, ma sapeva benissimo ormai che quello era il suo destino: sarebbe rimasta una NANA BRUNA. Non c’era niente di peggio. Essere snobbata dalle altre stelle, ma essere troppo grande per essere accettata come un pianeta. Un destino atroce.

Avrebbe continuato a contrarsi lentamente per tutta la vita, senza mai accendere il suo motore, mentre la temperatura sarebbe lentamente diminuita senza alcuna speranza. La paura divenne certezza quando sentì le risate delle stelle che ormai brillavano attorno a lei; qualcuna lo fece con discrezione e sorrise appena, altre invece le sbandierarono con alterigia i loro sistemi planetari che si stavano formando. Addirittura sentì dire dalla più grande di quel paio di maledette ex-compagne alla sua sinistra “pensa che io ho tre pianeti grandi quasi come lei!!” Altre, poche in verità, mostrarono segni di pietà e sentì che la stavano compatendo. Era ancora peggio. Sentirsi così “diversa”, dopo aver sperato solo in un’esistenza normale. A quel punto doveva proprio rassegnarsi e smettere di illudersi. Ma era terribile sapere che questa sofferenza sarebbe stata lunghissima. Che avrebbe visto le sue compagne esplodere più o meno violentemente per poi diventare nane bianche, pulsar, buchi neri. E lei niente, sempre uguale, senza nemmeno sperare in una morte eclatante.

Passarono milioni e poi miliardi di anni. Molte delle sue ex-compagne erano già esplose, altre stavano diventando super-giganti e tra poco avrebbero espulso il loro gas sottoforma di fantastiche nebulose planetarie. Vedeva anche qualche buco nero che stava catturando con bramosia e quasi ingordigia la materia espulsa dagli astri limitrofi. Era ormai rimasta praticamente sola. Non riusciva però nemmeno a godere un poco della morte delle sue ex-compagne. Loro almeno aveva vissuto da VERE stelle. Lei era solo una NANA BRUNA e lo sarebbe stato ancora per molto, molto tempo!!

Poi, un giorno, li vide arrivare su una argentea e affusolata astronave. Si accorse a malapena che all’interno di quel minuscolo e strano oggetto, vi era un brulicare di essere viventi. E sembravano contentissimi nel vederla. Saltavano, si abbracciavano, e la indicavano ridendo in vera allegria. Se non altro era un diversivo e si sentì meglio. Non era più sola e triste. Ben poca cosa, ma meglio di niente.

Purtroppo però se ne andarono in fretta. Ecco, anche quei piccoli esseri la consideravano una nullità, anche loro l’avevano presa in giro e ora tutto ritornava come prima. Probabilmente erano voluti venire a vedere da vicino un “mostriciattolo” dello Spazio, uno sgorbio della Natura. Sicuramente era stata una delle maligne sorelle vicine ad indicarla al pubblico ludibrio. Come se non avesse già abbastanza tristezza nel suo nucleo inerte. Sperava solo che non venissero altri a deriderla. Che colpa aveva lei se l’idrogeno non era stato sufficiente? Avrebbe dato chissà cosa per essere una stella normale e vivere appartata, felice solo di produrre energia e spanderla tutt’attorno. Si guardò intorno e vide com’era bello l’Universo e come ogni oggetto facesse la sua parte rispettando l’armonia celeste. Ma lei no. Lei non serviva a niente, era solo uno spreco di materia. Possibile che non si potesse farla finita e concludere in qualche modo quella vita così miserevole? Con questi tristi pensieri passarono molti lunghissimi anni.

Un giorno arrivarono nuovamente dei visitatori. Accidenti, ma non potevano lasciarla in pace! Questa volta però non era più solo un astronave, ma un’intera flotta. I colori e le forme erano identici a quelli che aveva visto tanti anni prima. Gli “scocciatori” erano gli stessi, ne era sicura, ma il loro numero era veramente enorme. E poi cos’era quella sfera, gigantesca per loro, che si portavano dietro, trainandola con qualcosa che non riusciva a percepire? Ma si! Era un pianeta, un vero pianeta. Le stavano portando un compagno? Sarebbe stato meraviglioso! E ben poco le importava che fosse molto piccolo. Che splendido regalo le stavano facendo, ma non voleva ancora crederci. Si accorse che lo avevano messo in un’orbita abbastanza lontana da lei. Peccato, avrebbe preferito averlo molto più vicino. Ma meglio non chiedere di più alla fortuna che le aveva riservato questa magnifica sorpresa. Poi vide che molte astronavi stavano portando grosse tubature verso di lei, e queste sembravano lunghissime e si perdevano nelle nebulosità attorno ad altre stelle ormai morte. Era un altro tipo di scherzo? Si era illusa troppo presto?

Ad un certo momento senti che qualcosa stava entrando in lei. Si sentì piena di nuova energia. Cosa stava accadendo? Dopo poco non ebbe più dubbi. La stavano “nutrendo” di idrogeno ed il flusso sembrava inarrestabile. Sentì salire la temperatura, sentì crescere la massa, e sentì anche che si stava contraendo sempre di più. A quel punto i tubi vennero staccati, le astronavi si allontanarono velocemente e si rifugiarono vicine al pianeta in attesa di qualcosa. Fu un momento di indescrivibile paura e tensione. Lei anche stava aspettando e non voleva nemmeno sperare in quello che sentiva ormai molto prossimo. Poi accadde. Il suo idrogeno cominciò a bruciare ed in poco tempo sentì che il motore stava marciando a pieni giri. Era una stella, una vera stella!! Promise dentro di sé di garantire fino alla fine il calore, l’energia e la vita a quello straordinario pianeta che le girava attorno ammirandola nel suo splendore. Era diventata bellissima. Gli sembrò quasi di sentire urlare quelle piccole creature che guardavano verso di lei: “abbiamo di nuovo il Sole, evviva il Sole”.

martedì 4 marzo 2008

Il medioevo che arriva... visto dallo spazio



Una singolare 'critica' alla arretratezza e miseria culturale e spirituale -in senso laico- del nostro evo arriva dalla comunità degli astronomi e astrofili.
Ah come fa bene vedere le cose da prospettive insolite, ogni tanto!

Lettera aperta al bolide

Il bolide (*) magnifico della notte del 1 marzo mi ha fatto tristemente pensare a molte cose. Tranne questo sito che ha svolto perfettamente il suo compito (astronomia.com, e sono quindi doppiamente fiero di farne ormai parte integrante), nessun giornalista ha pensato che l’evento potesse avere un benché minimo interesse per gli italiani. E’stato un fenomeno sicuramente eccezionale e che non si ripete con grande frequenza. Tuttavia, niente, silenzio assoluto.

Ma c’è la politica, il cambiamento del clima, perfino l’aviaria sta mettendo di nuovo fuori il naso, gli assassini, i processi, il Grande Fratello, il festival di San Remo. Tutte cose che fanno girare soldi e danno visibilità di massa. A chi può importare in questo periodo di medioevo culturale, etico, sociale se la Natura ci ha regalato gratis uno spettacolo meraviglioso? E mi stupisco anche che alcuni “sedicenti” circoli scientifici, che dovrebbero tenere sotto controllo costantemente fenomeni di questo genere si siano invece defilati completamente (e sono già passati quasi due giorni): magari anche loro erano davanti al Festival? Può darsi che stiano studiando la traiettoria e tra poco ci faranno sapere tutto. Però, in ogni caso, la notizia doveva essere divulgata. Forse abbiamo bisogno che un “vero” asteroide di 10 km cada sulla Terra per risvegliare l’interesse verso lo Spazio? Spero proprio di no. Tuttavia, mi torna in mente la bellissima canzone di Franco Battiato, “Povera Italia”. E mi rivolgo anche al bellissimo bolide: “caro amico, hai sprecato il tuo tempo!”.

Purtroppo non posso spiegare il fenomeno in dettaglio: l’ho appena visto con la coda dell’occhio. Però posso azzardare che il bolide abbia raggiunto una luminosità almeno simile a quella della Luna Piena. L’oggetto che è bruciato nella bassa atmosfera era quasi sicuramente un pezzo di asteroide e ne fanno fede i vari colori osservati dai fortunati spettatori. Ogni colore può riferirsi ad un composto chimico particolare. Forse le dimensioni potevano essere di qualche metro. Ma per saperne di più bisognerebbe sapere la durata esatta del fenomeno e io non l’ho potuta misurare … Aspettiamo che qualche specialista di meteore si faccia vivo e ci dica qualcosa in più. Ci sono tanti siti che si vantano di seguire con assiduità questi fenomeni, ma al momento non sembra proprio. Speriamo nelle prossime ore. E poi un ringraziamento sincero ai Mass Media: riescono proprio a farci vedere, sentire e leggere solo e soltanto quello che vogliono loro! Complimenti!!

(pubblicato ieri qui)

mercoledì 28 novembre 2007

Milkomeda, la galassia che verrà



L'immagine qui sopra è una ricostruzione -non una foto- di quello che potrebbe essere l'aspetto della nostra Galassia, la Via Lattea, vista dall'esterno. La ricostruzione è stata fatta grazie ai dati ottenuti dalle osservazioni fatte con il telescopio orbitale ad infrarossi Spitzer (NASA), e ha fornito la 'prova' che la nostra Galassia è di tipo SB, cioé spirale barrata, non spirale semplice come si riteneva fino a poco tempo fa.

"Abbiamo individuato le migliori prove mai fornite dell'esistenza di questa barra centrale nella via Lattea", ha spiegato Ed Churchwell, professore di Astronomia presso l'Università del Wisconsin di Madison (USA) e autore principale di un articolo in via di pubblicazione presso l'Astrophysical Journal Letters, una prestigiosa rivista scientifica che opera nel campo dell'astrofisica.

Grazie ai dati provenienti dal telescopio orbitante il gruppo di astronomi di Madison ha analizzato le posizioni di circa trenta milioni di stelle situate nel piano della nostra Galassia, nel tentativo di fornire l'immagine piú precisa mai ottenuta delle regioni piú interne della via Lattea. Come ha spiegato lo stesso prof. Churchwell, il compito può essere paragonato al tentativo di descrivere la struttura di una foresta da un punto di osservazione situato al suo interno, nel sottobosco: "È estremamente difficile condurre simili ricerche sulla galassia in cui ci troviamo".

L'utilizzo delle funzionalità di Spitzer ha comunque consentito agli astronomi di filtrare le nubi oscure di polvere interstellare e di raccogliere la luce infrarossa proveniente da decine di milioni di stelle situate nelle regioni centrali della Galassia. "Le osservazioni sono state condotte attraverso quelle lunghezze d'onda alle quali la via Lattea è piú trasparente, e questo ci ha permesso di catalogare un numero di stelle senza precedenti", ha spiegato il prof. Robert Benjamin, autore principale del nuovo studio e professore di Fisica presso l'Università del Wisconsin di Whitewater (USA).

Le precedenti ipotesi sulla struttura galattica.

La possibilità che la via Lattea contenesse al suo interno una regione particolarmente densa di stelle che formasse una vera e propria barra è già da tempo considerata attendibile dagli astronomi, trattandosi di un fenomeno comune nelle altre galassie sinora osservate. Si tratta di una caratteristica strutturale che va aggiunta ai bracci che caratterizzano le normali galassie a spirale. Il nuovo studio fornisce le stime al momento piú attendibili sulle dimensioni e sull'orientamento della barra, informazioni che appaiono in contrasto con le stime precedentemente pubblicate.

Sembra che la barra sia costituita da stelle relativamente vecchie e di colore prevalentemente rosso, e misuri circa 27mila anni luce di lunghezza - il dato supera di 7mila anni luce le precedenti stime. La barra forma un angolo di circa 45 gradi con la retta ideale che congiunge il sistema solare al centro galattico.

La scoperta sembra porre fine alla disputa fra i sostenitori della presenza di una barra centrale e coloro che invece teorizzavano l'esistenza di una struttura ellittica al centro della galassia (o di entrambe). Come dichiarato dal prof. Benjamin, "è difficile controbattere ai dati che abbiamo rilevato".


Il diametro totale della Galassia è di circa 100.000 anni-luce; questo vuol dire, per capirci, che anche viaggiando alla velocità della luce (300.000 km/secondo, che equivale a oltre 1.000.000.000 di km/ora) per attraversarla tutta da un estremo all'altro ci metteremmo 100.000 anni, un tempo di gran lunga superiore alla intera storia della civiltà umana. Tanto per rendere l'idea delle distanze e delle dimensioni in gioco. Tanto più che: 1) con la tecnologia attuale non riusciremmo ad avvicinarci a quel valore neanche lontanamente, visto che l'oggetto più veloce che siamo stati in grado di lanciare nello spazio finora (una sonda di cui non ricordo il nome) andava a circa 250.000 km/ora (ora, non secondo), anche sfruttando l'effetto fionda dei pianeti maggiori, e 2) in ogni caso la velocità della luce è teoricamente impossibile da raggiungere.

Quindi, non usciremo mai dalla Galassia (d'altra parte, che cosa dovremmo mai fare fuori dalla Galassia?). Al massimo, quando finalmente avremo distrutto la Terra, potremo colonizzare Marte e la Luna, in un futuro non vicino, e forse un paio di satelliti di Giove e Saturno, in un futuro assai remoto.

La freccia gialla nel disegno indica la posizione del Sole, nel braccio di Orione, e quindi la nostra; siamo in semi periferia, a metà tra il centro e il limite esterno. Di solito è una buona posizione, per mettere su casa...
Gli scienziati -attenzione- però hanno anche previsto che la nostra Galassia si scontrerà con la galassia M31 (foto sotto), meglio nota come Andromeda, dal nome della costellazione nella quale si può osservare, che è anche il più lontano oggetto extra galattico che si può vedere a occhio nudo.

Tutte le galassie si allontanano dalla nostra, trasportate dall’espansione dell’Universo, a una velocità che è direttamente proporzionale alla loro distanza, secondo la legge di Hubble. M31 è una notevole eccezione. Questa galassia, infatti, si sta avvicinando alla Via Lattea, a una velocità che attualmente ammonta a circa 120 km/s (stime precedenti davano un valore inferiore, attorno ai 60 km/s). Verrà il giorno, tra circa 2 miliardi di anni, in cui M31 si scontrerà con la nostra Galassia, cominciando un lento processo di fusione.

Il processo durerà circa 5 miliardi di anni, e all'epoca il Sole, se nel frattempo non sarà stato 'espulso' dalla Via Lattea dalle gigantesche forze mareali in campo, magari per entrare in quella di Andromeda, sarà nelle fasi conclusive della sua esistenza, già diventata una gigante rossa che avrà reso la Terra una roccia arida, senza atmosfera e senza vita. Ci si potrà salvare solo trasferendosi su Marte, che nel frattempo sarà diventato abitabile grazie all'aumento della temperatura e a un processo di terraforming che nel frattempo sarà stato iniziato. In ogni caso, non fate programmi a lunga scadenza...

Quello che resterà dallo 'scontro' tra le due galassie, sarà una nuova enorme Galassia contenente centinaia di miliardi di stelle, probabilmente di forma ellittica, che gli astronomi -con scarso sfoggio di fantasia- hanno già battezzato Milkomeda, fusione di Milky Way (Via Lattea) con Andromeda.


venerdì 16 novembre 2007

Figli delle stelle




Gabriella Bernardi, giornalista con laurea in fisica e master in divulgazione scientifica, ha scritto un interessante articolo per Astronomia.com. Lo riporto integralmente.

Tempo fa mi venne proposto di pensare ad alcune installazioni o meglio, come si dice in gergo exhibits, da inserire in un nuovo science center; in particolare pensai che una di esse dovesse legare intimamente le stelle al genere umano, proprio per rendersi conto che lo spazio e l’Universo non sono fattori così lontani ed estranei.

Quello che mi venne in mente era la realizzazione di una grande sagoma umana diversamente “colorata” da fotografie o immagini: una grande porzione, ad esempio, doveva essere occupata da una foto di stelle, un’altra decisamente più piccola doveva ritrarre una supernovae e l’ultima ancora più piccola rappresentare il Big Bang. In effetti, se potessimo analizzarci non ai raggi X ma con una particolare macchina che ci svelasse l’origine delle componenti del nostro corpo, ci stupiremmo nell’osservare che gli elementi costitutivi derivano in gran parte dalle esplosioni delle supernovae, dalla nucleosintesi stellare ed in ultimo, ma non ultimo, anche direttamente dal Big Bang.

Questa sagoma cosmica, come si può vedere nell’immagine, avrebbe dovuto essere correlata da una bilancia molto particolare, nel senso che utilizzandola sarebbe stata in grado di rilasciare uno scontrino con i dettagli del nostro peso… stellare! Leggendo tale scontrino, solo per citare alcune voci, avremmo scoperto ad esempio che l’ossigeno, presente all’incirca al 60% del peso di un organismo adulto, proviene dalla sintesi stellare esattamente aggiungendo un nucleo di elio ad un nucleo di carbonio.

L’idrogeno, invece, non solo è l’elemento più abbondante nell’Universo, ma nel nostro organismo è per la maggior parte legato all’ossigeno utilizzato per formare i circa quaranta litri d’acqua e proviene direttamente dal Big Bang, mentre lo zinco, concentrato per la maggior parte negli spermatozoi, è stato sintetizzato nelle esplosioni stellari o meglio le supernovae.

In questo modo, il messaggio che intendevo comunicare all’ipotetico visitatore o visitatrice che si aggirava per la mostra, è che siamo interamente composti da elementi che provengono dallo spazio e ciò è un’idea un po’ fuori dal comune, in quanto generalmente quello che si studia a scuola è che gli esseri umani sono composti al 70% circa di acqua. La prima reazione che mi aspetterei dal pubblico, di fronte ad una tale informazione, potrebbe essere di perplessità, però potrebbe anche essere interessato ad approfondire l’argomento, per esempio quali sono i vari elementi chimici che costituiscono il nostro organismo, la loro provenienza, e non ultimo il loro utilizzo organico.

Per esempio il litio è presente nel nostro organismo in quantità pari a sette milligrammi, ed è stato sintetizzato in parte nel Big Bang: un atomo di litio ogni miliardo di atomi d’idrogeno, ed in parte nelle stelle. Nell’organismo è responsabile della regolazione dell’umore, molto importante se si pensa che la sua carenza è causa degli stati depressivi.

Concludendo, gli elementi necessari per la costituzione di una donna o di un uomo come ad esempio il titanio, il nichel o il manganese, tranne l’idrogeno e un pizzico di litio, non esistevano all’inizio dell’Universo, ma sono stati sintetizzati dalle stelle o dalle supernovae come lo iodio o il selenio; quindi potremmo definirci l’agglomerato di una piccola, ma preziosissima dote stellare.


Il commento più facile da fare è: ma allora aveva ragione Alan Sorrenti!
In realtà è un argomento serio ed estremamente affascinante, se non altro perché dovrebbe far capire quanto labile è il confine tra la fede in una religione e l'etica laica -detto semplificando, tra creazionismo ed evoluzionismo, se vogliamo. Io non trovo che sia una distanza incolmabile, il problema è semmai il dogmatismo rigido e ottuso di un certo modo di intendere la religione.

lunedì 12 novembre 2007

Futuro anteriore





In un articolo di Sky & Telescope riportato nell'ultimo numero della rivista di astronomia "Le Stelle", Gregory P. Laughlin fa delle previsioni sulla fine della nostra stella, il Sole, e di conseguenza del nostro pianeta: in realtà da anni si teorizza con discreta precisione cosa succederà tra circa 7,7 miliardi di anni, quando il Sole, seguendo la sua naturale evoluzione, aumenterà nella temperatura superficiale e nella misura del diametro diventando una 'gigante rossa' e arrivando a lambire l'orbita terrestre, dopo aver "inghiottito" Mercurio e Venere. Allora tutta l'atmosfera terrestre sarà già stata spazzata via, e la crosta del nostro pianeta inizierà a fondere precedendo la distruzione definitiva (anche se pare ci siano possibilità che un pianeta sopravviva addirittura all'esplosione della sua stella).
Inutile dire che fine avremo fatto noi tutti, a quel tempo.
Laughlin arrivò a proporre nel 2000 un sistema per allontanare il più possibile quel momento: già adesso, scrive nel suo articolo, avremmo la tecnologia per deviare un grande asteroide della fascia di Kuiper e immetterlo in un'orbita regolare tra la Terra e Giove (roba che neanche Armageddon...), ottenendo così -nell'arco di milioni di anni- un trasferimento di una quantità di energia dal pianeta gigante che sia sufficiente a modificare l'orbita terrestre, allontanandola gradualmente dal Sole e compensando così l'aumento costante di temperatura di quest'ultimo. Un passaggio ogni diecimila anni dell'asteroide tra i due pianeti dovrebbe essere sufficiente; purché si sia certi di aver indovinato i calcoli, evitando che l'asteroide venga scaraventato direttamente sopra di noi.
Che dire?
A parte il fatto che il suo articolo fu male interpretato dai giornali, che scrissero che con questo sistema si potrebbe già ora risolvere il problema del riscaldamento globale, lo stesso autore della proposta si domanda se "la nostra civiltà durerà per un periodo di tempo anche solo mille volte più breve" rispetto ai milioni di anni che abbiamo per prepararci adeguatamente.
Come si fa a non essere d'accordo con il suo pessimismo?