sabato 3 marzo 2012

I Laic, un anno di Cronache Laiche


Dopo il blog e dopo la testata online, ecco il volume cartaceo versione 2011 di Cronache Laiche. L’indice è davvero completo e informatissimo, ben più ghiotto delle «sole» 400 pagine del testo. Si va dalla religione a scuola all’adozione dei minori, e da Gesù a Einstein, in un avvicendarsi di capitoli brevi ma non affrettati, dei veri e propri piccoli cameo della laicità.

Gli autori sono quelli già noti ai frequentatori dei fatti e dei misfatti in tema di laicità: da Alessandro Baoli, fautore della necessità della laicità per tutti compresi i credenti, a Cecilia Calamani, matematica e giornalista che difende il ruolo salvifico dell’informazione; da Alessandro Chiometti, studente razionalista, alla nemica delle censure Belinda Malaspina.

Il risultato è un affresco molto vario e quindi molto utile sullo stato dell’arte della laicità in Italia; laicità che è – come scrive la Calamani – «l’antitesi del dogmatismo»; e difatti molti dei temi toccati dal libro sono figli proprio del dogmatismo più oscurantista e tenace che si possa concepire. Un esempio su tutti: il darwinismo, ignominiosamente affrontato da quell’infondata idea dell’«intelligent designer» ed eroicamente difeso da Boaga il quale, correttamente, ne traccia la genesi storica in Italia dagli albori torinesi alla diffusione in città come Firenze e Napoli.

C’è lo spazio per ospitare temi di diretto impatto ecclesiale; noto e caro può essere al laico il tema della Sindone, che il chimico del Cicap, Luigi Garlaschelli (artefice già della replica del sangue di san Gennaro), stavolta in eretica combutta con gli atei dell’Uaar, ha fatto derubricare da «sacra» a «replicabile». Altrettanto noto, ma stavolta abietto, è il tema della pedofilia dei preti: il volume ne sparge qua e là alcuni semi quasi con discrezione, e comunque senza l’accanimento anticlericale che in verità il problema meriterebbe. Pregevole, per esempio, il trattatello – sapientemente suddiviso – di Federico Tulli, che riesce ad asciugare la ovvia indignazione rimanendo sui fatti e sulle circostanze. E poi, in rapida ma esaustiva sequenza: le magagne di alcuni papi, le stimmate, l’aborto, i crocifissi negli spazi pubblici, i luoghi «sacri» come Lourdes.

C’è pure lo spazio dedicato alla scomparsa di Christopher Hitchens; se ne occupa Daniele Raimondi, che ci regala un ritratto composto e suggestivo del grande ateo britannico scomparso a dicembre. Dovrebbero essercene molti di atei come lui, di atei che non avevano timore di morire, ma neppure di dichiarare la propria ostilità verso la religione. Com’è afona invece la nostra voce dissenziente e imbelli le nostre timorate intenzioni di riscatto; da italiani succubi, sappiamo solo lamentarci in tono sommesso, mentre «il Cupolone» allunga la propria spettrale ombra sulle teste e dentro le teste di sempre più cittadini. Fatto è che la laicità italiana è diventata un oggetto deformabile, con cui gioca perfino il clero, e che comunque si presta a variegate e non sempre coerenti interpretazioni.

L’autorevole prefattore del libro, Carlo Flamigni, parla esplicitamente di laicità dalla vita non facile, di un termine spesso mal interpretato e accostato impunemente all’anticlericalismo. E perfino, si potrebbe aggiungere, scardinato dal suo verace significato quando lo si vuole offrire nella forma di «laicismo», vale a dire con un sapore di ideologia e di pregiudiziale peggiorativa che «laicità» non ha e non desidera avere. Per altro, ci si può chiedere se davvero sarebbe così sconveniente o/e scorretto condire di anticlericalismo la laicità; in fin dei conti si tratterebbe solo di semplice reciprocità: se il clero è (orgogliosamente e ufficialmente) avverso alla laicità, i laici potranno essere anticlericali? Insomma, la laicità non come attacco ottocentesco al credente, bensì come «difesa» dalle bordate del Vaticano e della politica filo vaticana.

Checché se ne voglia dire, l’Italia, malgrado la Costituzione (sia quando afferma che «Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani»: art. 7 primo comma; sia quando scende nei particolari impedendo che la Scuola privata sia sovvenzionata dallo Stato:«Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione senza oneri per lo stato»: art. 33), di fatto non è un paese compiutamente laico. Prova ne sono i grandi temi ma pure i piccoli segnali di presenza/invadenza e di autopromozione: lo scampanare delle chiese, i monili e i simboli cristiani negli spazi pubblici aperti (piazza, strade) e chiusi (scuole, municipi, aule di giustizia), l’universalizzazione delle festività cristiane, l’anomalìa dell’insegnamento della religione cattolica in scuola, la presenza martellante del clero in televisione in veste di opinionista, tuttologo e depositario della saggezza pubblica. Segnali innocui? Nient’affatto; con tale subdola e acritica autoreferenzialità la Chiesa di Roma si garantisce una pressione politica senza uguali, che inevitabilmente si tramuta in consenso, in privilegi e in vantaggio economico (8 per 1000 più varie malcelate sovvenzioni pubbliche). Non solo. Con la diffusione capillare nel tessuto politico e culturale dello Stato, il Vaticano acquisisce – ancora una volta impunemente – l’autorevolezza utile a «imporre» la propria concezione su temi sensibili, delicati e soprattutto laici, come il fine vita, la contraccezione, il divorzio, la convivenza. Sull’altra sponda del Tevere, esso trova l’intero arco parlamentare prono e pronto a raccogliere e valorizzare ogni suo orientamento trasformandolo in legge dello Stato a cui poi ciascun cittadino, compresi i diversamente credenti e gli atei, dovranno sottostare.

Con questo luciferino meccanismo, oggi in Italia è reato decidere di «staccare la spina» ed è non prevista una forma di famiglia diversa dal canone cattolico. Tutto ciò, direttamente o indirettamente, non fa altro che ingenerare discriminazioni, dividere la società, condannare interi strati di popolazione (come quello degli omosessuali) a una esistenza marginale e senza tutele. Quindi, la laicità non è per niente solo un contenzioso filosofico fra credenti e non credenti, fra clero e società civile. Tutt’altro: la laicità si tramuta in problemi concreti e spesso pesanti, difficili da sciogliere proprio per la presenza asfissiante di una mentalità anti-laica che impone un ignobile «ubi maior minor cessat» senza, per’altro, averne i numeri: vedi le chiese vuote, i matrimoni religiosi in costante calo, la frequentazione dell’Irc a scuola sempre più diradata, e i comportamenti delle persone sempre meno vincolati ai dogmi (soprattutto sessuali) della Chiesa.

“I Laic” dedica a questa deriva clericale della politica e delle istituzioni un intero capitolo: «Dei diritti e delle pene», con illuminanti interventi della Calamani (l’ora di religione, l’immagine della donna, l’aborto, i diritti umani), di Virginia Romano (il fine vita), ancora Romano con Boaga e Baoli (l’omosessualità e l’omofobia), Daniele Raimondi (lo «psico reato»), Federico Tulli (la Ru486), Paolo Izzo (l’obiezione di coscienza).
Per dirla con le parole di Gianni Ferrara – professore emerito di Diritto costituzionale presso l’Università La Sapienza di Roma – il problema della relazione laicità-confessionalità dello Stato è di fondo: la laicità dello Stato è questione esclusiva dello Stato. Ricercarla nel rapporto con una confessione religiosa è illusorio e deviante; perché mai una confessione religiosa che, come tale, ha come fondamenti i suoi assoluti, dovrebbe svuotarli?

Affronta il problema anche Ferruccio Pinotti, giornalista del Corsera ma soprattutto autore di fatiche editoriali molto laiche l’ultima delle quali, “Wojtyla segreto”, affonda il coltello della critica nella storia affrettatamente santificata dell’ex papa e delle sue discutibili frequentazioni. Bene, Pinotti, intervistato da Alessandro Chiometti, ci svela forse un po’ più di un po’ il brodo di coltura della non laicità italiana, che è la connessione di CL col partito di Berlusconi ma pure col «comunista» Bersani: solo questo dato dovrebbe farci riflettere.

“I Laic” si chiude in maniera, direi, inaspettata: con un’appendice di Fabio Buffa, che si è occupato della relazione fra Chiesa e pedofilia ma non solo, alle prese con una sorta di piccole, ferali e gustose riflessioni. Una per tutte: «Approvata la legge sul biotestamento: Se vuoi morire devi pagare il ticket». C’è qualcosa di più laico della vita?
I Laic – Un anno di Cronache Laiche
a cura di Cecilia M. Calamani
prefazione di Carlo Flamigni
Tempesta editore 2012, pag 400, € 19,00

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(già pubblicato qui)

martedì 20 dicembre 2011

Black out - 5



segue da qui


Quattro o forse cinque lupi di argento scuro, sdraiati, o a bere nel ruscello, e accanto a loro... una donna. Massimo -per gli amici Max- ha una improvvisa e incontrollata erezione, senza alcuna ragione o logica; senza poterle vedere il viso, riconosce la mulatta della discoteca, che sta emergendo dal ruscello dove si era appena bagnata. Massimo -per gli amici Max- sente la nebbia invadere la sua scatola cranica, desidera così ardentemente e illogicamente quel corpo che teme di perdere il controllo. La osserva famelico: è nuda, una venere, si asciuga i capelli con una stoffa raccolta dal fitto dell'erba, si adagia voluttuosamente e prende a osservare la luna, forse parla -ma anche se parlasse non la sentirebbe. Massimo -per gli amici Max- cancella tutto quello che gli sta intorno, ruota lentamente gli occhi, segue ogni singola curva del corpo della donna, i seni perfetti, il monte di venere, le natiche, le gambe lisce e sottili, sembra scolpita da un artista dell'era classica. Ma è viva, indiscutibilmente.

Massimo -per gli amici Max- sente che deve uscire allo scoperto e avvicinarla, per una frazione di secondo si rende conto di avere la mano destra infilata negli slip, si accarezza l'erezione nella nebbia della sua eccitazione. Fa per muoversi quando sente distintamente un rumore alla sua destra, a una trentina di metri da lui, e finalmente la sua soglia di attenzione si rialza. Ma lo stesso rumore è stato sentito anche dai lupi, che si alzano all'unisono e cominciano a ringhiare verso gli alberi alla sua destra. Avanzano mostrando i denti. La donna resta semi sdraiata, si copre con la stoffa e volta la testa a seguire i lupi con lo sguardo. In quel momento dal fitto del bosco un giovane esce allo scoperto; con passo quanto mai incerto, veste una tunica corta, che lascia scoperte le braccia e le gambe dal ginocchio in giù, calza dei sandali dalla fattura evidentemente artigianale, i capelli fino alla base del collo, nella mano tiene un arco, una faretra con poche frecce sulla spalla, è frastornato, si sente scoperto, ma è evidente il suo desiderio di avvicinare la donna, ma anche la paura delle bestie che avanzano, fissa lo sguardo sulla donna. La donna a sua volta fa lo sguardo cattivo, si alza e mostra i denti come un felino. Ed è un attimo: i lupi balzano sul giovane (Massimo -per gli amici Max- ha l'impressione di assistere a un film dell'orrore) e iniziano a sbranarlo, mentre il più grosso lo addenta al collo e lo tiene immobilizzato. Il giovane non oppone resistenza, lascia cadere l'arco, come se quello fosse un destino ineludibile, previsto e anzi atteso a lungo, mentre le sue carni si lacerano sotto i canini delle bestie, il giovane fissa lo sguardo sulla donna lontana, dal lato opposto della radura, quasi con gratitudine, e amore non corrisposto. Muore felice.

Massimo -per gli amici Max- impietrisce, sente un gelo profondo, le membra rigide, non respira. Le bestie consumano avidamente il loro pasto, la donna ora ostenta indifferenza e riprende i suoi lenti movimenti, alza lo sguardo, fissa la luna.
Massimo -per gli amici Max- deve andare via subito, è chiaramente in pericolo. Ma del tutto irragionevolmente desidera quella donna come non mai. Il suo ventre è rigido e teso in un blocco immobile dalla leggera peluria del ventre fino alle pareti dll'intestino, l'intestino, lo stomaco e i polmoni sobbalzano nelle sue viscere a ogni battito pesante del cuore, il cuore salta sempre con maggiore violenza fino alla gola, la gola è secca ed esposta dalla bocca spalancata. Massimo -per gli amici Max- decide di assecondare la paura e fa un passo indietro, senza distogliere gli occhi dall'oggetto del suo desiderio. Ma, inevitabilmente, il piede affonda nel fogliame e fa un rumore secco, di legno umido che si spezza.

(continua)

giovedì 4 agosto 2011

Roma è morta - 5



Dal blog Roma fa schifo:

La conferenza stampa anti-affissioni. Ecco il resoconto

Lo avreste mai detto? Lo avreste mai detto, quando abbiamo occupato, solo noi in tutta la città, ad occuparci dell'argomento, che saremmo arrivati a questo punto? Che lo scempio del Teatro di Ostia Antica sarebbe arrivato sui giornali ed alle conferenze stampa? Che qualcuno si sarebbe occupato degli adesivari traslocatori? Uei, ma allora non siamo completamente pazzi noialtri... Lo avreste mai detto che il Comune si sarebbe dotato di "stacchini" i Pics da 10mila stacchi al mese? Lo avreste mai detto che le nostre intuizioni (chiudere le utenze telefoniche agli abusivi) sarebbero diventate proposte ufficiali? Insomma, non siamo propriamente qui a smacchiare i giaguari e a friggere con l'acqua si direbbe. Leggete il dispaccio (preso da Repubblica.it) dalla conferenza stampa di oggi. Al quale aggiungiamo una postilla: okkay la regia unica dietro agli adesivari, ma le locandine? Quelle che vengono abusivamente affisse ai semafori? Non si è indagato? Non si è notato che i concerti vengono pubblicizzati anche su cartelloni "autorizzati" da Bordoni. E se le ditte che gestiscono questi cartelloni governassero anche tutta la orripilante "comunicazione integrata" dell'evento garantendo tot impianti e tot locandine affisse assicurando stampa e affissione abusiva su pali, segnaletica e semafori? Ma credete davvero che quella affissione militare e capillare di locandine lungo chilometri e chilometri di consolari sia affidata a banali bangladesh pagati 40€ l'ora? Forse sì, ma il coordinamento di chi è? La stampa di chi è? La logistica? Gli adesivi? La grafica...?



Comune: "Denuncia penale
per le affissioni abusive
"La giunta ha deciso di varare una linea dura per tutti i responsabili degli abusi: titolari degli esercizi commerciali, attacchini e committenti. Il reato di danneggiamento aggravato prevede pene tra i 6 ed i 3 anni
Il sospetto è preciso: potrebbe esserci una regia unica dietro al business delle affissioni abusive di piccole dimensioni che pubblicizzano spettacoli ed eventi in tutta la città. Una committenza che tappezza la capitale anche di adesivi pubblicitari di ditte che effettuano soprattutto traslochi e sgomberi. Ad ipotizzarlo sono l'assessore all'Ambiente Marco Visconti ed il direttore del dipartimento Tommaso Profeta. L'ipotesi è suffragata dal lavoro svolto negli ultimi mesi assieme al nucleo Pronto Intervento Centro Storico della Polizia Municipale.

Oltre alle multe già previste dal regolamento comunale, 412 euro per ogni manifesto abusivo e 50 per chi viene sorpreso ad affiggerlo, ora la giunta ha deciso di varare una linea dura: verrà sporta una denuncia penale per tutti i responsabili degli abusi: titolari degli esercizi commerciali, attacchini e committenti. Il reato che verrà contestato è quello di danneggiamento aggravato, disciplinato dall'articolo 635 del codice penale, che prevede pene tra i 6 ed i 3 anni. Al momento è stata depositata presso la Procura una denuncia contro 108 soggetti, riconducibili agli esercizi commerciali citati sugli adesivi abusivi. Contestalmente il Campidoglio ha chiesto alle compagnie telefoniche titolari dei numeri reclamizzati di disattivare quelle utenze.

Sono sufficienti 40 euro a notte per pagare un gruppo di persone che, nell'arco di una notte, provvede ad incollare adesivi e affiggere i piccoli manifesti che pubblicizzano spettacoli ed eventi. Secondo una stima


dei vigili, ogni giorno vengono affissi fino ad 8 mila manifesti pubblicitari abusivi. Negli ultimi 6 mesi l'attività della Municipale di concerto con l'Ama e l'assessorato all'Ambiente ha permesso di rimuovere 60mila tra locandine, manifesti e adesivi, circa 10mila al mese, oltre a 169 impianti pubblicitari, mentre sono state elevate 5 mila contravvenzioni dal nucleo Pics.

"Negli ultimi mesi abbiamo stabilito che il rispetto delle regole deve essere ferreo, vogliamo rendere Roma una città più decorosa, cominciamo con questa lotta quotidiana fermando all'origine chi affigge questa pubblicità abusiva" spiega l'assessore Marco Visconti. Oggi è stato mostrato il risultato di uno degli ultimi sequestri di materiale abusivo: migliaia di locandine che pubblicizzano concerti di importanti artisti nazionali ed internazionali, che si sono svolti soprattutto al Teatro Romano di Ostia Antica e allo stadio del Baseball di Nettuno. Gli artisti naturalmente non hanno alcuna responsabilità per le affissioni illegali, tutto dipende da chi ottiene il subappalto della promozione degli eventi".

Quanto alle affissioni abusive di iniziative politiche Visconti commenta: "se i partiti politici si mettono d'accordo nelle finanziarie per fare una sanatoria questo noi non possiamo prevederlo, facciamo un altro lavoro. Sicuramente la politica dovrebbe essere più rispettosa della città, non ci dà una mano attaccando manifesti abusivi".

Profeta sottolinea invece che "è stata fatta una denuncia alla Procura nei confronti di chi attacca gli adesivi, che causano un danno maggiore". E ribadisce: "Pensiamo ci sia un'unica regia che manovra chi attacca gli adesivi e i manifesti e chi poi materialmente fa i traslochi negli appartamenti".


(03 agosto 2011)

martedì 14 giugno 2011

Sci-fi: quanta fanta vuoi nella scienza?



Uno coltiva nel suo piccolo una passione, spensieratamente, senza pensare di erigersi a maestro e nemmeno pretendere la patente di "esperto" (cosa indispensabile in una professione, ma non necessariamente -o non sempre- in una semplice passione), cerca di parlarne con altri e puntualmente si imbatte nei talebani. Dico, perché se si parla di arte (letteratura e cinema, nello specifico) non c'é nulla di più distante di questo dal dogmatismo, essendo l'arte materia opinabile e soggettiva per eccellenza.

Cosa è la Fantascienza? O meglio: quale percentuale di "plausibilità" deve avere per essere considerata tale? La mia opinione è che non c'é una sola risposta, e infatti non esiste una definizione univoca, accettata da tutti, men che meno c'é mai stato qualcuno che ha osato stabilire dei requisiti "ufficiali" e obbligatori per la stesura di racconti e sceneggiature.
I più estremisti dicono che la percentuale di plausibilità deve essere del 100%, come se si dovesse ignorare il prefisso "fanta" e considerare solo il suffisso "scienza", altri più accomodanti parlano genericamente di "una certa percentuale di plausibilità" e ammettono che ognuno ha la sua 'soglia di tolleranza' delle incongruenze ed errori scientifici nei racconti di sci-fi.

Le gabbie dogmatiche sono in genere molto distanti dalla scienza: ad esempio, nemmeno sulla definizione (arbitraria) di "pianeta" la comunità scientifica ha avuto per lungo tempo una opinione unanime: se si scoprisse un pianeta roccioso di massa significativa, comunque superiore a quella di Eris, nella Fascia di Kuiper (evento possibile, o "plausibile" visto che quella parte di Sistema Solare è ancora di fatto inesplorata), saremmo ancora disposti a definirlo un plutoide piuttosto che un pianeta perché magari la sua orbita ha una eccentricità accentuata? Prevedibilmente si riaprirebbe il dibattito sulla definizione di pianeta; e questa è scienza, figuriamoci se si parla di letteratura.

Tornando a quest'ultima, dicevamo che i talebani della fantascienza dicono che deve essere "plausibile", sennò è solo una "corbelleria". La mia obiezione è che se pretendiamo la plausibilità -totale o giù di lì- una bella fetta di letteratura fantascientifica dovrebbe quantomeno essere derubricata a "fantasy" puro e semplice, perché nei racconti e nelle saghe più conosciute e di maggior successo (e negli eventuali film e serie tv che ne vengono tratte, ovviamente) ci sono spesso incongruenze ed errori correggibili senza inficiare in maniera significativa la trama, ma più spesso altri che se 'corretti' di fatto azzererebbero tutto, rendendo impossibile lo svolgimento dell'azione come concepita originariamente, perché renderebbero necessarie delle modifiche radicali all'economia del racconto.

Alcuni esempi: i motori a curvatura descritti in Star Trek per ora sono solo congetture, di fatto irrealizzabili, e anche viaggiare nell'iperspazio (la cui esistenza, ovvio, non è dimostrata ma solo teorizzata) come in Star Wars. Scientificamente impossibile è viaggiare a velocità pari o superiore -ma nemmeno prossima- a quella della luce, e quindi spostarsi da un pianeta all'altro di una galassia in tempi brevi, che non comportano invecchiamento significativo nei protagonisti del racconto. La gravità artificiale di cui sono dotate molte astronavi, dalla Enterprise alla Nostromo di Alien, non è "plausibile" (e infatti per lo più non spiegata nelle versioni cinematografiche di queste saghe), se non attraverso lo sfruttamento della forza centrifuga; che evidentemente non è sfruttata né dall'Enterprise né dalla Nostromo, e nemmeno dalla Millennium Falcon o dalle Aquile di Spazio 1999. Poi, non è peculiare che i protagonisti delle storie citate -e altre- abbiano sempre a che fare con alieni antropomorfi su pianeti tutti con massa e atmosfera terrestri? Chi scrive queste storie non ha mai letto nulla sul Paradosso di Fermi? Ed è mai possibile che 'la torcia umana' possa sviluppare lo stesso calore di una supernova?
E' possibile che il processo di terraforming di Marte si esaurisca nel giro di una notte? Ovviamente no, ma non per questo Ray Bradbury (in Cronache Marziane) ha scritto una "vaccata" (altra ponderata definizione di un talebano della fantascienza).
Dunque, resterebbe ben poco, se pretendessimo che il fondamento della fantascienza fosse solo di essere "plausibile".

Il casus belli, per quanto mi riguarda, è stato una discussione sulla serie-cult degli anni '70 Spazio 1999.
Di errori e incongruenze ce ne sono in quantità industriale, in effetti più che in altri film o serie tv, errori che nemmeno a citarli tanto sono evidenti (e nessuno nega che alcuni episodi della prima stagione e quasi tutti quelli della seconda sono in effetti inguardabili). Ma per questo non dobbiamo considerarla fantascienza? Se non lo è, allora non lo sono -per gli stessi motivi- anche le serie sopra citate.

In un certo senso, viene in mio soccorso nientemeno che Isaac Asimov, che in un articolo pubblicato sul New York Times nel settembre del 1975 parla proprio della serie di Gerry e Sylvia Anderson, smascherandone senza pietà errori e incongruenze, ma -a dispetto di tanti snob che giudicano le avventure di John Koenig e compagni solo delle "corbellerie"- parla di alcune di queste incongruenze come «errori dovuti a necessità drammatiche», e su questi si dichiara disposto a "soprassedere". A me pare un atteggiamento equilibrato, e non sto nemmeno tirando troppo per la giacca il caro vecchio Isaac.

Questa è la mia visione, il fondamento scientifico e tecnologico è solo uno dei possibili requisiti della sci-fi (e se devo dirla tutta, per me il confine col fantasy è alquanto labile, ma è solo la mia opinione), ce ne sono altri e uno non esclude l'altro. Quando ho letto Hans Phaal non mi sono messo a spaccare il capello in quattro perché è impossibile (non è "plausibile") andare sulla Luna con la mongolfiera; eppure Poe viene considerato l'inventore della fantascienza, come Jules Verne col suo Viaggio al centro della Terra.

Io mi godo allo stesso modo Contact (da un racconto di Carl Sagan) e la base Alpha che passa attraverso un buco nero uscendone illesa, l'Odissea di Kubric (da un'idea di Arthur Clarke) e gli antieroi di Men in Black o District 9. Alla faccia di talebani e snob.

martedì 24 maggio 2011

venerdì 20 maggio 2011

Risveglio... 2



Altri segni del risveglio di Kimala?

In un hotel di Las Vegas un leone -tenuto sotto vetro per il divertimento degli umani- decide di fare colazione con un uomo, uno dei due addestratori in quel momento nella gabbia; l'uomo si è salvato solo per l'intervento dell'altro uomo e della leonessa compagna del leone, la quale stranamente ha trattenuto il suo compagno dal divorare l'addestratore, invece che unirsi al banchetto.


Nella campagna sarda vicino a Teulada, invece, uno sciame di vespe ha aggredito degli escursionisti che si erano avventurati in un sentiero minore (presumibilmente nel 'territorio' degli insetti), poco segnato, durante la loro passeggiata; uno di loro, una donna di 58 anni, non ce l'ha fatta.


A Kansas City uno scimpanzé femmina di nome Sueko è fuggito dallo zoo nel quale era relegato; Sue, una volta rintracciata, si è scagliata contro un'auto della polizia locale, lanciando bidoni della spazzatura e sfondando il parabrezza, prima di essere sedata e rinchiusa di nuovo nello zoo.


Nel parco del Mana Pools, nello Zimbawe, alcuni leoni hanno aggredito e sbranato un turista mentre faceva la doccia. La task force dello Zimbabwe Conservation ha detto che gli animali in questa zona sono traumatizzati per la presenza di bracconieri. Il responsabile del parco ha dichiarato che l'attacco al turista è solo l'ultimo di una lunga serie: otto locali sono stati uccisi e divorati dai leoni dall'inizio dell'anno.


Nell'Ohio, invece, un cervo apparentemente impazzito è entrato in un bar, devastandolo e mettendo in fuga tutti i clienti.

Strani "incidenti" per un paio di cacciatori: nei pressi di Villanova d'Albenga uno di essi spara a un cinghiale, ma questo invece di scappare ha caricato il cacciatore, provocandogli un infarto, che risulterà fatale; in Bielorussia, invece, un altro cacciatore si è avvicinato alla volpe alla quale aveva appena sparato, "per finirla a mani nude", ma la volpe ha reagito e nella colluttazione ha premuto 'accidentalmente' il grilletto del fucile dell'uomo, ferendolo a una gamba e riuscendo a fuggire.


In Svezia, infine, un giovane sciatore incauto ha deciso di uscire fuori pista, nonostante gli avessero raccomandato di non farlo, ed è caduto in una buca; purtroppo per lui quella buca era la tana di un orso in letargo. L'animale, disturbato nel suo sonno, ha aggredito il ragazzo ferendolo per fortuna (sua, non dell'orso) non gravemente.

giovedì 21 aprile 2011

Black out - 4



(segue da qui)

Massimo -per gli amici Max- inciampa nella semioscurità e cade rovinosamente al suolo. Ma non gli importa, non ci fa nemmeno caso, è troppo occupato a non credere ai suoi occhi: com'é che ora si trova nel fitto di un bosco? O meglio: come fa un bosco, una trama complessa di tronchi scuri e fitto sottobosco a perdita d'occhio, a crescere in un appartamento?
L'odore che sentiva gli pareva resina perché resina è proprio quello che è, muschio, bacche, aliti di vento umido; cedri e conifere altissime, Massimo -per gli amici Max- si rialza e in un attimo di lucidità si volta per vedere se la porta dell'appartamento è ancora là: come se se lo aspettasse, deve constatare che non c'é più.


Così inizia a camminare. L'aria frizzante, la luce giallastra che disegna raggi polverosi nella penombra tra le sagome degli alberi, lo inebriano, alterano la percezione del tempo. La luna è sopra di lui, enorme, gigantesca, infinita, incombente tra le cime degli alberi, colora di arancione fluorescente una larga fetta di cielo, per il resto punteggiato di stelle scintillanti sul fondo nero nero della notte. Massimo -per gli amici Max- si perde nel bosco, cammina per un tempo che sembra infinito, con le orecchie tese ad ascoltare e cercare di catalogare i mille piccoli rumori che salgono ovunque e fanno da sottofondo alla musica sottile del vento, che soffia altrove, sopra le cime degli alberi; ascolta piccoli passi sotto le foglie, richiami a volte appena percettibili sui rami più alti, rumore di battito di piccole ali che vaga veloce tra le silhouettes degli alberi sullo sfondo del volto enigmatico della gigantesca Luna.


I suoi passi che spezzano legno umido e smuovono foglie morte, e producono -forse- un eco dietro di lui e che si interrompe ogni volta che lui si ferma ad ascoltare. Si sente una inquietudine crescente salire dalla gabbia toracica e dalla bocca dello stomaco, Massimo -per gli amici Max- si sforza di non pensare all'assurdità di quella situazione, quasi una via di fuga per tentare di bloccare l'inquietudine sul nascere, ma anche un abbandono consapevole al fascino sconosciuto di quella realtà imprevista. Riprende a camminare, e un attimo dopo anche l'eco lontano dei suoi passi riprende e lo raggiunge: un passo, un eco lontano, un passo, un eco stavolta raddoppiato, un passo, una moltitudine di echi, e la bocca dello stomaco che si chiude di nuovo in uno spasimo. Massimo -per gli amici Max- è preoccupato, affretta il passo.


Ma ben presto il timore lascerà posto all'eccitazione. Raggi di luce gialla abitati da polvere umida fluttuante piovono tra le cime degli alberi e gli aghi sui rami, paralleli ai tronchi scuri, Massimo -per gli amici Max- arriva finalmente in prossimità di una radura: sarà larga almeno cinquecento metri, prato incolto, a un margine un ruscello tintinnante, dietro la quinta maestosa della Luna che non si alza ancora abbastanza da diventare bianca e cambiare il colore del bosco. Nella radura c'é movimento, tenendosi al riparo degli alberi più prossimi al margine del prato Massimo -per gli amici Max- si avvicina e osserva: lupi.

(continua)

lunedì 11 aprile 2011

Ho visto la Terra! E’ così bella!


di Davide De Martin, da Coelum.com


Il 12 aprile 2011 saranno passati 50 anni da quella mattina del 1961 in cui la Tass diede l’annuncio del volo di Gagarin. Quello che segue è l’articolo pubblicato 10 anni fa, su su Coelum n. 40, in occasione del 40° anniversario dell’impresa. Il sito ufficiale della Yuri’s Night: http://yurisnight.net/


Mattina del 12 aprile 1961, ore 7:05. Adesso che è arrivato sulla cima riesce a vedere la pianura che si stende tutt’intorno. Sotto, l’enorme spiazzo di cemento sgombro e sopra il cielo terso e azzurro, reso abbagliante dal Sole del mattino. Alza la testa, per vedere se c’è un “lassù”, un punto, un luogo di cui possa dire è proprio lì che sto andando. Ma lassù c’è solo un oceano indistinto. Una porta di luce, gli viene da pensare. Riuscirò ad attraversarla? E dopo? C’è poco tempo, un tecnico controlla ancora il suo equipaggiamento, e decide per lui che è venuto il momento di entrare, di adagiarsi sul sedile. Altri uomini, che pure conosce e che ora gli sembrano stranamente distanti, come se appartenessero ormai ad una vita non sua, controllano cinture, strumentazione, contatti e frequenze radio, prese d’ossigeno, comandi. Infine si ritirano con un gesto di saluto, e il portellone si chiude lasciandolo solo. Mancano ancora molti minuti alla partenza. Forse gli ultimi della sua vita, chi potrebbe dirlo? Comunque pochi per pensare a qualcosa di diverso dall’ossessiva ripetizione di quanto deve fare, e soprattutto sentire. Perchè il razzo sotto di lui è una cosa talmente viva che non c’è soffio o tremito che non possa essere interpretato come un segno “buono” o “cattivo”. Resta in ascolto, e torna ancora… quella sgradevole impressione di non essere altro, in fondo, che un sensore, un testimone; non più efficiente o consapevole di quanto furono Zhuchka o gli sfortunati Bars e Lisichka (Zhuchka è il nome russo di Laika; Bars e Lisichka sono due cani che perirono il 28 luglio 1960 nell’esplosione di uno stadio della loro Vostok subito dopo il lift-off).


Gli torna alla mente il “barattolo di conserva”: un locale da dove l’aria veniva aspirata gradatamente per simulare l’ambiente delle grandi altezze. E il giorno in cui ad uno di loro, quando le condizioni simulate erano quelle dei 21 mila metri di quota, era stato ordinato di togliere un guanto: la mano prese a gonfiarsi per il gas che premeva sotto la pelle. E la “camera del silenzio”, una cella completamente isolata dall’esterno, costruita in modo che anche qualsiasi rumore generato al suo interno venisse “assorbito” dalle pareti; dentro era impossibile persino sentire il proprio respiro, che veniva inghiottito dal nulla. Lì era stato rinchiuso per 24 ore, senza luce, senza radio, senza conoscere il tempo trascorso da quando la porta si era chiusa e senza sapere quanto ne sarebbe mancato prima di vederla riaprire. L’oppressione di quel silenzio avrebbe spezzato i nervi a chiunque. E poi l’esperienza opposta, la “camera dei rumori”, dove si era bombardati da ogni sorta di suono, fino a quello continuo e insopportabile prodotto da un motore a reazione, capace di portare chiunque alle soglie della follia. Infine la centrifuga, dove in pochi secondi ti trovi a 13 g, e mentre pesi quanto un’automobile il tuo sedile viene ruotato, capovolto, fatto sussultare; e tu devi continuare a manovrare leve, premere pulsanti, leggere strumenti e a comunicare con gli assistenti…


La voce di Korolev via radio cancella i ricordi, ormai manca poco. Gli ordinano di sistemare la frequenza, di controllare la pressione all’interno della tuta e dell’abitacolo, di verificare vari parametri relativi ai motori ed ai serbatoi di propellente. Tutto è secondo la norma. Parte il conteggio alla rovescia, e a lui non resta che fissare le poche spie luminose del pannello comando, sperando che la più grande, di un intenso colore rosso non si illumini – segno che qualcosa non sta andando come dovrebbe. Se si mettesse a brillare non gli resterebbe che tirare la “leva dei paurosi”, per essere scaraventato lontano prima di scendere appeso ad un paracadute. La spia rossa rimane muta ed il rumore dei motori si fa sempre più forte. Stringe i denti, e nel delirio del momento “vede” distintamente la rampa di lancio invasa dal fumo, e Valya nella tribuna che stringe i pugni e non vuole guardare. Zaria (Zaria è l’identificativo radio della base di Baikonur mentre Kedr è il nome in codice del cosmonauta): accensione! Kedr: ricevuto, accensione. Arrivederci a presto amici miei. Il rombo diviene assordante, il missile è scosso da un lungo tremito e un’accecante lingua di fuoco si accende alla base. Con una lentezza assurda, si solleva dal cemento, mentre l’incastellatura metallica che lo aveva imprigionato fino ad un istante prima si apre come un fiore.


L’orologio a bordo indica le 9:07, comincia la lunga litania delle comunicazioni. Zaria: Kedr, mi ricevi? 70 secondi dopo il lancio. Kedr: Ricevuto, mi sento bene. Zaria: la velocità va bene, come vi sentite? Kedr: bene, le vibrazioni e il rumore sono accettabili. Proseguo il volo. Zaria: sembra tutto in ordine. Kedr: il primo stadio si è spento,le vibrazioni diminuiscono, il secondo è in azione. Ho avvertito bene il distacco. 09:10 Zaria: il cono di testa si è staccato, tutto bene? Kedr: il cono si è aperto, riesco a vedere la Terra, sì la distinguo bene. Il rumore è aumentato un po’. Mi sento alla perfezione, il morale è alto. 09:11 Zaria: bravo, perfetto, va tutto bene! Kedr: vedo dei fiumi. Distinguo bene le pieghe del terreno,la visibilità è buona. Le vibrazioni aumentano, ma è sopportabile. Distinguo delle zone innevate, una foresta, vedo anche delle nuvole. Piccoli cumuli e le loro ombre sul terreno. E’ bello, è davvero bello. 09:12 Kedr: il secondo stadio si è spento. Zaria: tutto come previsto. Ultimo stadio. Kedr: il volo prosegue senza problemi, il terzo stadio è in funzione. Riesco a vedere l’orizzonte della Terra.


La Vostok perde come previsto il contatto radio con Baikonur e viene rilevata da una stazione della Kamtchatka, da dove parla Alexej Leonov (Zaria 2). Ore 09:18:07, sulla verticale della città siberiana di Outchoumi la nave si separa dal terzo stadio. Gagarin si trova ora in stato d’imponderabilità: il primo volo orbitale umano della storia inizia in questo momento. Zaria 2: Kedr, mi ricevi Kedr: vi sento bene, e voi? Vedo l’orizzonte della Terra, il cielo è nero ma le stelle non sono visibili. 09:33 Kedr: entro ora nell’ombra della terra, non vedo più niente. 09:42 Kedr: mi sento bene qui nell’ombra. Sto ascoltando “Le barche del fiume Amur” (la nota canzone popolare russa viene trasmessa dalla stazione di Khabarovsk). Le trasmissioni con Zaria 2 s’interrompono, e proseguono con Vesna, sistema di trasmissione a lunga distanza. 09:53 Vesna: il volo è regolare, siete sull’orbita prevista. 09:57 Kedr: il morale è alto, adesso mi trovo sopra l’America Vesna: ricevuto. 10:04 Kedr: mi trovo ancora nell’ombra. L’umidità nella capsula è del 65%, la temperatura di 20°C. 10:06 Kedr: l’orizzonte è magnifico. Adesso vedo anche una stella! Attraversa l’oblò da sinistra a destra, e… come corre la piccola stella… Se ne va… se ne va… 10:09 Kedr: attenzione, attenzione! Sono uscito dall’ombra! Vedo apparire il Sole e sto sorvolando l’oceano. E’ entrato di nuovo in funzione il dispositivo per l’orientamento solare della nave. 10:24 Kedr: Vesna, qui Kedr. Il volo prosegue con successo, tutti i sistemi funzionano. Vesna: ricevuto! Alle 10:25 si accendono i razzi di frenata, e 10 minuti più tardi la Vostok s’immerge negli strati alti dell’atmosfera.


Nel Quartiere Generale del gruppo di recupero, a Kouibychev, il generale Andrei Trofimovitch verifica un’ultima volta i dati di rientro per determinare il punto esatto del rientro a terra. La regione è stata divisa in settori, ciascuno sorvegliato da squadre di specialisti muniti di radiogoniometro. Vengono allertati reparti di elicotteri, aerei e mezzi terrestri di ogni tipo, pronti a muovere su ogni tipo di terreno. Un gruppo, condotto dal generale Agaltsov con i cosmonauti Kamanine e Titov lascia l’aerodromo di Baikonur diretto a Kouibychev, quando viene raggiunto dalla notizia: La nave spaziale si è posata alle ore 10:55 presso il villaggio di Smelovka, a 23 km da Saratov. A bordo dell’Antonov esplode l’entusiasmo. Gagarin ha infatti da poco preso terra davanti gli occhi spaventati di una contadina accompagnata dalla figlioletta: - Giovanotto, non verrete mica dallo spazio? - Certo che sì! é la risposta di Gagarin. Ma già arrivano camion di soldati, che lo aiutano a liberarsi dalla tuta e prendono in consegna la capsula. Qualche minuto dopo atterra anche un elicottero. Ne discende il commissario sportivo Ivan Borissenko, che conformemente alle regole della Federazione Aeronautica Internazionale registra i seguenti record:


- Primo volo umano nello spazio; - Altitudine (327 km); - Tempo di volo orbitale (108 minuti); - Peso della capsula spaziale (4725 kg). Solo dopo parecchi anni l’Unione Sovietica ammetterà che una delle regole, quella che subordina l’omologazione al rientro del pilota all’interno della navicella era stata violata. Per maggior sicurezza, Gagarin aveva infatti abbandonato la capsula a un’altezza di 7000 metri, scendendo separatamente con il suo paracadute.


Verso le 16:00 un aereo con a bordo Gagarin atterra a Kouibychev, dove il primo cosmonauta rilascia la prima intervista ad un giornalista della Pravda: - Com’era il cielo lassù? - Nero, compagno, molto nero. - E la Terra, come l’avete vista? - La Terra è di colore azzurro. Quando ho sorvolato l’America del Sud e l’Africa ho visto dei grandi laghi… Un paesaggio meraviglioso… Il giorno seguente parte per Mosca, dove da là a poco riceverà le più straordinarie accoglienze mai riservate fino ad allora ad un essere umano.



L’intervista Dal settimanale “L’Europeo” (1961). «Stavo facendo l’addestramento sui Mig quando sapemmo che era stato lanciato il primo Sputnik… ne ascoltavamo i segnali, e quella “voce” che veniva dallo spazio mi stordiva. Pensavo che un giorno anche gli uomini sarebbero arrivati all’altezza dove adesso c’era quella cosa pesante 75 chili. Pensavo anche che certamente ci sarebbero voluti dei giovani per quel volo. Io, forse, sarei diventato troppo vecchio. Ma l’arruolamento per le imprese spaziali cominciò presto; mi feci avanti. Prima di tutto dovevo dimostrare d’avere molta salute. C’era da passare una visita medica severissima. Non chiedetemi che cosa guardano più attentamente i medici in quelle visite, se il cuore, i polmoni, il sistema nervoso. Io so che mi hanno tenuto in osservazione per giorni e giorni. Mi dissero finalmente che la mia salute era perfetta; la preparazione sarebbe cominciata subito. » «La prima regola durante la preparazione stessa è quella di non perdere mai gli orari. Bisogna andare a letto ad una certa ora, né prima, né dopo; bisogna svegliarsi e mettersi in movimento dopo aver dormito bene ed a sufficienza. Alla mattina si fa molta ginnastica; durante l’inverno si scia, nella buona stagione si corre. Poi si fanno dei tuffi da grandi altezze, un poco come nell’allenamento dei paracadutisti: tutti i piloti spaziali debbono avere il brevetto di paracadutista. Questo, per la vita all’aperto. In laboratorio si abitua invece l’organismo a sopportare sia lunghi movimenti rotatori, sia l’azione delle forze centrifughe.


Poi, si studiano molte cose: biologia, astrofisica, radiotelegrafia. I limiti d’età sono molto rigorosi, non meno di vent’anni, non più di trenta. No, non ha importanza né in un senso, né nell’altro, essere sposati o scapoli. Chi è sposato ha una certa libertà, può tornare a casa abbastanza spesso: naturalmente sta alla coscienza di ciascuno rispettare anche fuori del campo d’addestramento una regola di vita seria. Prima io fumavo e bevevo qualche volta un bicchiere di vodka o di cognac. Ho smesso di colpo, appena arruolato.» « Non potevo sapere nemmeno io, fino all’ultimo momento, se avrei fatto il volo. Eravamo stati scelti in 15. Uno di noi sarebbe stato lanciato, gli altri sarebbero rimasti a terra. Tutto sarebbe dipeso dal nostro stato di salute. La sera dell’11 aprile, il comandante ci fece chiamare. “Domani è la giornata”, disse. “Uno di voi partirà. Ancora non posso dirvi chi. Vedremo domattina. Adesso dovete fare una sola cosa: andare a dormire e cercare di riposare, riposare molto e bene.” All’improvviso mi sentii calmo, calmissimo. Era come se la cosa non mi riguardasse, anche se avrei dato tutto, pur di essere io a fare il volo. Andai a letto assai presto. Sono sicuro d’aver dormito dieci ore. No, il sonno non mi si è rotto neppure per un istante; credo d’essermi svegliato nella stessa, precisa posizione nella quale mi ero assopito. Anzi, se non ci fossero stati dei rumori, forse avrei continuato a dormire.


Quando aprii gli occhi, vidi che i miei compagni erano in movimento già da un pezzo. Mi sentivo bene, molto bene. Ero fresco, allegro come se avessi dovuto andare a pescare e non fare quella cosa, quella corsa nel cosmodromo.» « Contava quello che avrebbero detto i medici. Fummo visitati uno per uno. I medici sapevano quanto era grave il giudizio che dovevano dare, erano molto preoccupati. Vidi entrare qualcuno dei miei compagni nel laboratori, poi toccò a me. Fu una visita assai più severa di tutte le altre che avevo passate negli ultimi tempi. “Basta”, disse il capo dei medici, ad un certo punto. “Puoi andare.” Le stesse parole erano state dette a quelli visitati prima di me, le stesse furono ripetute a quelli che vennero dopo. Alla fine vennero fatti 5 nomi; fra questi c’era anche il mio. Il comandante disse: “Il volo verrà compiuto da uno di voi cinque. Andate a prepararvi: equipaggiamento completo, come se doveste partire tutti”.» «Ci trovammo davanti alla Vostok dopo un quarto d’ora. Era una bella mattina, limpida, tirava soltanto un filo leggero di vento.


Il Vostok era a pochi passi. Ormai lo conoscevo a memoria, di fuori e di dentro, ma mi parve come nuovo. Attorno alla macchina c’erano uomini che andavano e venivano. Voi sapete quante cose si fanno per la partenza d’un aeroplano, immaginate quello che può accadere per il lancio di un’astronave. Continuavo ad essere calmo… vedemmo di nuovo i medici, e di nuovo ci visitarono. Dopo la visita ci separarono: tre di qua, io e un altro di là. Capii che il problema si riduceva a scegliere uno di noi due. “Mettetevi il casco”, disse il comandante. “Avanti, Yuri Alekseyevich, sali.”» « Avete visto com’è fatta la parte più bassa della macchina già pronta sulla rampa. Per salire c’è una scala di quindici gradini, di ghisa. La scala ha una doppia ringhiera: io, però, non mi appoggiai. In cima alla scala, lo specialista delle tute spaziali guardò il mio equipaggiamento, sistemò due cinghie che non erano abbastanza tirate, poi mi fece cenno che tutto andava bene. Mi voltai a salutare ed entrai nell’ascensore che porta alla cabina. L’ascensore si mosse, avanzò lentamente verso l’alto, sentivo il cigolare delle corde che lo tiravano. Qualche istante, ed ero davanti alla cabina, aperta. Entrai e subito sentii il comandante che diceva: “Scendi, Yuri Alekseyevich. Adesso voglio vedere il tuo compagno.”» « Era stata una prova, l’ultima. Il mio compagno salì come avevo fatto io, tornò indietro, poi salimmo e scendemmo altre volte, ed alla fine il comandante ci consegnò ancora ai medici. Il mio compagno ed io, dopo una nuova visita, aspettammo. Ci eravamo tolti il casco, ma né lui, né io parlavamo. Il comandante si avvicinò ai medici: discutevano, ma a bassa voce, non afferrai nemmeno il senso di quello che dicevano. Passarono così cinque o sei minuti, poi il comandante venne verso di noi. “Yuri Alekseyevich “, disse, “parti: sei stato scelto tu.” Se mai ero stato in ansia, in quel momento tutto finì. Era come se avessi saputo da sempre che sarei stato io il primo a volare nello spazio…»



E’ stato davvero il primo? Ufficialmente, Yuri Gagarin è stato il primo uomo a volare nello spazio. Ma è proprio così, oppure più modestamente è stato il primo uomo a tornare vivo dallo spazio? Non pretendiamo certamente di poter rispondere a questa domanda. Certo è che già prima del volo di Gagarin le voci del lancio di uomini nello spazio non mancavano. Ecco, per esempio, cosa scriveva in prima pagina il quotidiano “Il Mattino” di domenica 25 settembre 1960. Gli esperimenti spaziali Un astronauta russo sarebbe già in orbita Secondo altre voci il tentativo sarebbe fallito e due astronauti sarebbero morti Londra, 24 settembre 1960 «I russi devono essere in procinto di tentare qualche prodigiosa impresa spaziale. Ho già detto che non sarei sorpreso se i russi tentassero, prima della fine dell’anno, di porre un uomo nello spazio». Ciò è quanto ha dichiarato oggi il professor Bernard Lovell, direttore dell’osservatorio radio-astronomico di Jodrell Bank.


Il professor Lovell ha, tuttavia, aggiunto di non essere in possesso di alcuna informazione seria la quale permetta di credere che i russi hanno già lanciato un uomo nello spazio. Si può ragionevolmente ritenere, ha precisato il professor Lovell, che i russi siano sul punto di tentare di ottenere i tre prossimi trionfi nel campo delle ricerche spaziali: porre in orbita un capsula contente un uomo, un «allunaggio» in dolcezza, e l’inizio dell’esplorazione planetaria. L’annuncio di Radio Mosca secondo cui la Russia scriverà, giovedì prossimo, «una pagina nella storia del mondo» ha dato origine a Londra a supposizioni contrastanti. Mentre un portavoce della BBC ha dichiarato che il comunicato della radio sovietica non ha nulla a che fare con il lancio dell’uomo nello spazio, un giornale del pomeriggio, l’Evening Standard, scrive: «L’uomo è ora probabilmente il orbita.»


Il portavoce della BBC, spiegando la sua tesi ha detto: «Il 27 settembre del 1935 era stato scritto un libro dal titolo «Il mondo oggi» che si proponeva di dare un quadro di cosa stava succedendo in ogni parte della Terra in quel particolare giorno. Ora, il 27 settembre 1960, 25 anni più tardi, il quotidiano sovietico Iszvestia si appresta a fare la stessa cosa». Il corrispondente scientifico dello «Standard», dal canto suo, spiega che gli scienziati sono convinti che nelle prossime 72 ore potrebbe essere fatto un tentativo per riportare sulla Terra un astronauta sovietico. L’uomo sarebbe, quindi, già in orbita. Pubblicando le fotografie dei due astronauti sovietici, il giornale si domanda: «L’uomo nello spazio è Gennady, oppure è Alexei?». Sotto le fotografie si leggono le seguenti didascalie: «Se i russi hanno messo un uomo in orbita, questi potrebbe essere Gennady Mikhallov. Egli è uno dei sei russi sottoposti a continui esperimenti nel centro medico di ricerche spaziali nel lago di Aral». Nella seconda si legge: «Alexei Belcukonev fa parte anche lui della squadra dei sei piloti del centro di ricerche spaziali russo. Si conoscono anche i nomi di altri tre piloti; essi sono: Alexei Grachev, Ivan Kachur ed A.N. Icshak». Sempre secondo il giornale, poichè la Russia è senz’altro in grado di lanciare un uomo in orbita nello spazio e di farlo ritornare tra noi, questo sarebbe ora il momento più adatto per tentare un esperimento di maggior importanza ed ancor più strabiliante: il lancio di un uomo sulla Luna. Il prestigio di Kruscev, che attualmente è sulla scena dell’assemblea generale dell’ONU, se ne avvantaggerebbe.


E’ probabile, quindi, che il significato dell’annuncio di Radio Mosca sia quello di anticipare che giovedì verrà data al mondo la notizia che un satellite è giunto sulla Luna. E' noto, secondo quanto dicono gli scienziati, che per giungere sulla Luna occorrono fra le 60 e le 70 ore. E’, quindi, probabile che, dopo aver effettuato il lancio questa mattina con risultati soddisfacenti, Radio Mosca abbia dato una anticipazione di quella che sarà la grande rivelazione di giovedì. Questa mattina, invece, un consulente medico del centro di ricerche spaziali di Washington ha dichiarato che l’esperimento sovietico di mandare due uomini nello spazio è fallito e che nel tentativo i due astronauti hanno trovato la morte.


Yuri Alekseyevich Gagarin nacque il 9 marzo 1934 nei pressi di Gzhatsk, nella campagna a ovest di Mosca, e crebbe nella tenuta dove il padre lavorava come carpentiere. Yuri frequentò una scuola tecnica alla periferia di Mosca dove, nel 1951, si diplomò in metallurgia prima di iscriversi all’Università per continuare gli studi tecnici. Nel contempo iniziò ad interessarsi di aeronautica e si iscrisse alla locale scuola di volo. Molto presto fu chiaro che il giovane Yuri aveva un naturale talento per il volo e, dopo la laurea nel 1955, si unì alla Scuola di Aviazione Sovietica di Orenburg, dove si diplomò nel 1957.


L’abilità di Gagarin come pilota era di gran lunga superiore al normale, tanto che presto iniziò a lavorare come pilota collaudatore, volando su diversi nuovi aerei sperimentali. Dopo aver manifestato ai suoi superiori la volontà di diventare un cosmonauta, fu scelto per entrare nello speciale gruppo dei migliori piloti collaudatori dell’Unione Sovietica. Iniziò così un severissimo periodo di addestramento durante il quale ottenne i massimi risultati. I suoi istruttori lo descrivevano come un uomo sempre sicuro delle sue risorse, imperturbabile. Spiccava fra i suoi colleghi grazie alla sua operatività, la mente brillante e la sua prontezza. Il 12 aprile 1961, all’età di 27 anni, Gagarin lasciò la Terra partendo dal Cosmodromo di Baikonur. Erano le 9.07 ora di Mosca (le 7.07 del meridiano di Roma); dopo 108 minuti faceva ritorno sulla Terra. Il periodo orbitale del suo volo era di 89 minuti e 34 secondi, la massima altezza raggiunta 327 km e la massima velocità 28 260 chilometri orari. Il veicolo utilizzato da Yuri Gagarin era il Vostok 1, costituito da un piccolo modulo di discesa sferico avente un diametro di 2,3 metri. Il modulo era montato sulla cima di un modulo contenente il sistema propulsivo. Entrambi i moduli pesavano meno di 5 tonnellate al lancio. Il cosmonauta era assicurato ad un seggiolino eiettabile, per mezzo del quale uscì dal modulo di discesa poco dopo il rientro in atmosfera.


La Vostok 1 era montata sulla variante SL-3 del razzo SS-6 Sapwood, lungo 38,36 metri e pesante al momento del lancio 287 tonnellate. Si trattava di un veicolo a tre stadi, il primo dei quali utilizzava quattro motori RD-107 che fornivano ciascuno 102 000 kg di spinta. Durante il volo della Vostok 1, Gagarin non aveva il controllo del veicolo. Questo perché si temeva per le reazioni del fisico e della mente in condizioni di assenza di peso. I russi volevano evitare di correre il rischio che il cosmonauta perdesse il controllo di sé mentre si trovava nello spazio, mettendo in pericolo sé stesso e la missione. Esisteva comunque una chiave che avrebbe consentito al cosmonauta di prendere il controllo del mezzo in caso di emergenza o malfunzionamenti.


La Vostok portava a bordo cibo, acqua ed ossigeno sufficienti per circa dieci giorni; nel caso il retrorazzo non avesse funzionato, in virtù dell’orbita scelta, la nave sarebbe rientrata in maniera naturale in atmosfera durante questo periodo di tempo, e il pilota avrebbe fatto comunque rientro nel suo mondo natale. Gagarin però non incontrò alcun problema. La Vostok non era in grado di posarsi dolcemente al suolo e qualsiasi essere umano che avesse protratto la sua permanenza a bordo fino al momento del touch down sarebbe perito nell’impatto. Gagarin quindi dovette eiettarsi ad un altitudine di circa 7000 metri, dove la temperatura dell’aria è di circa –30°C. Sebbene il cosmonauta indossasse una tuta spaziale in grado di garantirgli comfort termico anche a quella temperatura, Yuri decise di godersi un po’ di caduta libera prima di aprire il suo paracadute e posarsi al suolo, sano e salvo. La notizia del volo nello spazio di Yuri Gagarin fece immediatamente il giro del mondo, e il nome di Gagarin divenne universalmente noto. Il giorno stesso della sua impresa, ricevette le congratulazione del leader sovietico Nikita Chrushev, che successivamente lo onorò del titolo ufficiale di Eroe dell’Unione Sovietica. Morì sette anni più tardi, il 7 marzo 1968, a 34 anni, in un incidente capitatogli durante un volo di routine, mentre collaudava un MIG-15.

lunedì 4 aprile 2011

Roma è morta - 3

La scoperta dell'acqua calda...


Non ci sono i divieti: nei festivi invasioni di auto e moto e paurose gimkane tra la folla per evitare i pedoni, la domenica la strada più importante del Tridente è prigioniera del traffico

di Alberto Ficcardi (da Leggo.it)

Motorini che fanno zig zag tra passeggini e pedoni. Auto incolonnate nello struscio domenicale: benvenuti a via del Corso. La via più importante del Tridente, quella dello shopping sfrenato, nei festivi non è isola pedonale. Lo stop alle auto viene disposta il sabato pomeriggio, dalle 14 alle 18, da largo Goldoni a via del Parlamento: decisione sacrosanta, visto che la mole di pedoni è talmente alta che i mezzi a motore non potrebbero proprio muoversi. La stranezza sta nel fatto che la domenica sia tutto aperto: niente vigili, nessuna transenna e pericolosissimi slalom per evitare il fiume umano che invade la sede stradale. Una scelta discutibile visto che, tra turisti e romani a passeggio, sono centinaia le persone che fanno le vasche da piazza del Popolo a piazza Colonna. Complice un cantiere per il restauro di un palazzo, poi, poco dopo largo Goldoni il marciapiede destro (guardando piazza Venezia) non è utilizzabile: ecco allora che tutti camminano in strada, rallentando inevitabilmente la viabilità. E che dire del rischio? Basta che a un’automobilista sfugga la frizione per investire una o più persone. Insomma, una situazione che andrebbe affrontata e rivista totalmente. L’isola pedonale no-stop nel weekend gioverebbe a tutti: sia ai residenti, che vedrebbero scendere i livelli di smog (via del Corso, da un rilevamento Legambiente è la quarta arteria del Centro per livelli di pm10) che ai commercianti che avrebbero il solo passaggio di possibili acquirenti senza l’incombenza dei veicoli. L’invito, quindi, è indirizzato direttamente all’assessorato alla Mobilità del Campidoglio per porre fine ad un pericolo costante e dare maggior importanza a una delle vie gioiello della città.


venerdì 11 febbraio 2011

Ateo, no grazie - 11



Atto unico
sipario

scena: il cortile di un oratorio, un campetto da calcio in terra con le due porte sfondate e una panchina sbilenca; sullo sfondo la sagoma di una chiesa col campanile

al centro del palco un gruppo di una decina di uomini, età assortite, mediamente tra i cinquanta e i settanta, pance andanti, capelli bianchi, sono vestiti come scolaretti -calzoncini corti da cui spuntano gambe sbilenche, grembiulino e fiocco- e stanno in posa come per la foto della squadra di calcio della classe: i più alti dietro e i più bassi davanti; prende la parola il più grasso, è veramente grasso e parla a nome di tutti, gli altri stanno zitti con lo sguardo nel vuoto

Salve. Siamo gli atei devoti, e stiamo andando a giocare nel Cortile dei Gentili. Ce lo meritiamo, perché abbiamo fatto per bene il nostro compitino e adesso ci fanno divertire un po’. Che bello, che bello! (batte le mani)

(parla come se stesse ripetendo la lezione studiata a casa)
Dunque, noi siamo atei ma pur non credendo noi crediamo perché è credendo che si crede di non credere, e non essendo credenti crediamo che credere sia importante anche se non si crede, e se si crede di non credere è come non credere di credere, e credere è sempre importante perché bisogna credere anche se non si crede e non è credendo di non credere che si crede veramente, ma chi crede di non credere non crede di credere ma crede veramente pur non credendo. Bisogna sempre credere anche se non si crede, perché credendo a ciò in cui non si crede si crede a ciò in cui non si crede non credendoci di credere che è come credere anche non credendoci, questo noi crediamo.
Eppoi anche chi non crede sa che la Chiesa è importante e la Chiesa è buona e giusta e la Chiesa sa cosa è giusto per noi che non crediamo credendo di non credere pur credendo, e la Chiesa non si può fare senza perché è l’unica che può garantire la vera libertà che è quella di credere di non credere credendo di credere che non si crede in ciò in cui si crede credendoci.

Orsù, andiamo tutti nel Cortile dei Gentili, dove ci divertiremo e ci butteranno le noccioline e saremo tutti felici e credenti!

(faccia perplessa) Spero solo che il pallone ce l’abbiano loro, perché a noi hanno detto di non portarlo...
fine
sipario